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  • Cloud Atlas

    Diretto da Lana e Andy Wachowski, Tom Tykwer

    Data di uscita: 10-01-2013

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Un mosaico disconnesso

Dal romanzo di David Mitchell i fratelli Lana & Andy Wachowski e Tom Tykwer assemblano sei storie ambientate in sei epoche diverse e puntano all’opera-compendio che dica tutto sulla vita, l’amore, il destino e la connessione fra le anime nei secoli dei secoli, amen.

Si parte nel 1849 col viaggio dell’avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) attraverso il Pacifico; quindi triboliamo per le pene d’amore del compositore Robert Frobischer (Ben Whishaw) nell’Inghilterra del 1936; si passa alla San Francisco degli anni 70 e all’incredibile capacità della giornalista Luisa Rey (Halle Berry) di cacciarsi nei guai; quindi arriviamo al 2012 e ai grotteschi tentativi dell’editore inglese Cavendish (Jim Broadbent) di fuggire da un’assurda casa di riposo; ci si tuffa nel 2144 in una fantascientifica Nuova Seul simil Blade Runner e seguiamo, per una volta col fiato sospeso, la disperata ribellione del clone Sonmi (Doona Bae) al sistema totalitario che l’ha fabbricata e ridotta a schiava; e infine siam catapultati in un’imprecisata epoca post apocalittica nelle isole Hawaii dove Sonmi è venerata come una dea dagli uomini sopravvissuti alla caduta, fra cui il tormentato Zachary (Tom Hanks).

Wachowskies e Tykwer procedono per accumulo ed amalgamano con scarso gusto le specificità stilistiche e tonali dei vari segmenti, finendo schiacciati dal peso delle loro ambizioni. La scelta di montare le storie come tasselli di un mosaico centrifugato ed esploso in faccia al pubblico non permette a ciascuna unità di respirare singolarmente e la visione dell’insieme lascia comunque un’impressione di frammentarietà, come di una connessione non riuscita. Per un film che punta sul concetto di continuità ed eterno ritorno è imperdonabile tanto quanto l’idea, interessante sulla carta, di far interpretare agli stessi attori diversi ruoli sotto imbarazzanti strati di trucco.

OneLouder

Cloud Atlas” vuole essere un mosaico di proporzioni epiche ma si risolve in un epico mezzo disastro. Solo il segmento ambientato a Nuova Seul funziona davvero, grazie alle prove emozionanti di Doona Bae e Jim Sturgess e a una notevole visionarietà, ma è troppo poco per reggere un film di tre ore soprattutto quando il messaggio che si vuole sdoganare è il solito, trito e consolatorio “l’amore non muore mai”. Sarà anche il film indipendente più costoso della storia ma la sostanza non può essere più cheap.

Pro

Contro

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