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Prima che sia troppo tardi

L’adolescenza immersa nel grigio delle architetture popolari di un’Inghilterra deindustrializzata, il grigio delle responsabilità assunte troppo presto, il grigio incombente di un futuro ormai fuori controllo. Nemmeno la genialità e il talento possono costituire una via di fuga per Ian Curtis. Le sue parole e la sua musica, oltre a produrre un’arte che non nasce per essere bella, non fanno che stendere ulteriore dolore su un’esistenza già troppo complicata.

La biografia del cantante dei Joy Division è nota: il matrimonio precoce, la paternità, l’epilessia, l’adulterio e il suicidio ne costituiscono le tappe fondamentali. Non è necessario scendere in dettagli, anche perché non sembra essere questa la principale volontà del regista Anton Corbijn: la sua ricostruzione della vita di Ian Curtis è segnata dalla ricerca della verità – o perlomeno di una verità – attraverso la sincerità dei sentimenti.

I fatti importanti ci sono tutti, e la mimesi dell’attore protagonista Sam Riley è pressoché totale, ma non si ha mai la sensazione di avere a che fare con un reportage postumo, l’attenzione per i dettagli non porta alla riduzione del film – e di una vita – a un’enciclopedia di fatterelli.

Anton Corbjin riesce a imporre un taglio personale, e le modalità con cui rappresenta l’oggetto sembrano aderire in modo convincente alla sua stessa natura. Soprattutto perché si tiene programmaticamente alla larga dalla celebrazione di un “mito del rock”; e poi, cosa non secondaria, perché si tratta di un lungometraggio d’esordio. Nelle inquadrature più costruite, complice anche l’azzeccato bianco e nero, è presente una certa idea di bellezza quasi glamour, da foto in posa, mentre l’uso massiccio della musica accende qualche breve tentazione da videoclip. D’altra parte il background di Corbijn è proprio questo.

Così, non è dato sapere se per preciso intento o per capacità impreviste, fa la cosa giusta: perché è indubitabile che Ian Curtis e i Joy Division non siano stati soltanto una dolorante entità doom and gloom, ma anche una band esteticamente unica. L’interpretazione di Sam Riley si presta a un discorso simile: è alle prime armi, e lotta con sincerità e impegno in un mondo di cui non può avere controllo. Anche per quanto riguarda gli altri personaggi, da Debbie Curtis (interpretata dalla più esperta Samantha Morton) fino all’ironico manager Rob Gretton (Toby Kebbel) sarebbe stato molto difficile fare di meglio.

Il finale della vicenda è tristemente noto, ma il testo di “Twenty Four Hours” recitato come una poesia e le note di “Atmosphere” segnano il giusto commiato per un uomo geniale, che è diventato un mito suo malgrado. Ora anche il pubblico italiano può apprezzare l’umanità, il rispetto e la misura con cui è stato ritratto, anche se in ritardo di un anno rispetto agli spettatori americani o britannici.

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