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I sapori dell’anima

C’è un ritmo che accompagna l’intero film. La nota iniziale ti presenta il protagonista, la sua vita, la sua città, le sue due famiglie. Poi se ne aggiungono delle altre. Aleggiano nella sala e si accordano alle scene. Gli strumenti a volte si spengono. E subentra la melodia della lingua, quel rumore piacevole della parola. Poi ritornano, e ti riprendono da dove ti avevano lasciato.
Ecco come suona questo “Cous Cous” di Abdellatif Kechiche.
Beiji ha 60 anni, guadagna riparando barche al porto di Sète, non lontano da Marsiglia. Divorziato, ha una nuova compagna, ma ancora legami quotidiani con la sua vecchia famiglia. La nuova organizzazione costringe a ridurre il numero di lavoratori, verrà licenziato. Lo allontana dalla disperazione solo un’idea: ristrutturare una vecchia imbarcazione e trasformarla in un ristorante dove servire un ottimo couscous di pesce.
Non è semplice credere nelle proprie capacità. Non è semplice far credere agli altri nella tua forza, nella tua voglia di farcela.
Non è semplice neppure far capire alla tua famiglia che ciò che porti a casa è l’unica cosa che hai. Non sempre è possibile lasciar trasparire chi sei. Se sei stanco, non crederanno alla tua ambizione. Ma come spiegare che quella stanchezza che si nutre di una quotidianità non felice è il vero motivo per mettercela tutta?
Magari con la forza di un’unione che va al di là delle relazioni familiari, con la vivacità intellettiva propria dell’essere umano. Forse si, son questi i pezzi da unire per vedere il disegno completo. Beiji comincia a vedere qualcosa…
Kechiche prova a raccontare il senso di insoddisfazione che diviene coraggio presentando un personaggio né fiero, né brillante. Circondandolo di donne, forti, presenti, belle. Chiudendolo in colori caldi che portano l’Oriente in terra francese. Facendolo girare a bordo di un lentissimo motorino tra la periferia industriale di una piccola Venezia. Dando un simbolico valore passionale ad ogni elemento. I piatti di couscous vengono serviti e in sala pare sentirsi l’odore, il senso di sazietà. La pelle ambrata di un giovane corpo balla e allo spettatore sale l’adrenalina. Nelle discussioni familiari le riprese fanno in modo che ci sia un’altra persona intorno a quel tavolo, i baci dei nipotini arrivano al di fuori dello schermo. Sète non è inquadrata nei suoi canali caratteristici, ma in quel senso di desolazione che è parte del personaggio, della storia.
Ne vien fuori una narrazione contemporanea. Uno specchio per nulla statico della realtà arabo-francese.
Lo stipendio che non basta, il lavoro perso, la voglia di rimettersi in gioco e credere nei propri desideri. Tutto in un lungometraggio che ha una versione iniziale molto più lunga. Senza retorica. Senza moralismi.
Solo una buona idea, quella della sceneggiatura; un buon cast, tra tutti emerge il nome di Hafsia Herzi, vincitrice a Venezia del Premio Mastroianni; un buon impatto con entrambi i lati della medaglia: applausi dal pubblico e Premio speciale della Giuria alla Sessantaquattresima.

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