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Nuove speranze di Cinema in Italia

Al suo secondo film, dopo il poco convincente “Come Mi Vuoi” del 1996, Carmine Amoroso abbandona in larga parte la tematica omosessuale per affrontare temi più attuali tra cui il problema del lavoro precario in Italia. Il giovane Ioan (interpretato dal ballerino rumeno Eduard Gabia) viene convinto da un amico ad abbandonare la Romania, e quindi a fuggire anche dai ricordi del regime di Ceausescu che gli ha sottratto il padre, per raggiungere la fortuna in Italia. L’Italia riserva però molte delusioni e un unico incontro felice: quello con il povero Michele (Luca Lionello) costretto dal lavoro ad uno stato di costante precarietà finanziaria. Michele invita Ioan a condividere il piccolo appartamento che occupa alla periferia di Roma e tra i due cresce una amicizia solida. Ioan lascerà Roma per Milano, attratto dalle prospettive offerte da una fotografa di moda (Chiara Caselli), ma non dimenticherà l’amico e il sogno condiviso di aprire un ristorante sul delta del Danubio.
Questi poveracci, questi sfruttati, capaci di essere uomini fino in fondo, conservando l’integrità che molti altri hanno scambiato col successo o anche solo colla sopravvivenza, questi terzomondisti della società dei consumi sono inadatti a vivere il loro tempo. La loro amicizia è quella che condividono i prigionieri nella cella della loro condizione di sfruttati, un legame che non tarda a farsi ancora più profondo e fisico, almeno nelle intenzioni percepibili dall’ottima recitazione di Lionello. La disperazione data dall’instabilità lavorativa e quindi economica mina però qualsiasi tentativo di coltivare il proprio futuro, spegne la vitalità e sembra compromettere persino il rapporto tra i due. Dall’altra parte, il guadagno facile che Ioan ottiene nella modaiola Milano richiede un’altra volta la discesa nella dimensione dei compromessi, della corruzione della perdita di sé. La soluzione sta nel fuggire il più lontano possibile, cercando di raggiungere i propri sogni più semplici, più belli.
Alla fine di un percorso molto travagliato, tipicamente italiano, Amoroso riesce a tirare fuori un film che colpisce e che risponde per le rime a chi dava il cinema italiano bloccato tra gli interni monofamiliari e le boiate adolescenziali. Meno poetico di Ascanio Celestini con “Parole Sante”, ma di Celestini ce n’è gia uno e la tragedia del precariato ha bisogno di tutte le voci possibili.

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