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Crazy Heart

Un malinconico Jeff Bridges da Oscar

Dal romanzo di Thomas Cobb, la difficile risalita dagli abissi dell’alcolismo del musicista country Bad Blake. 57 anni suonati, una gloriosa carriera alle spalle e nessun futuro, Blake si trascina da un’esibizione all’altra in squallidi locali di provincia, portandosi dietro una vita fradicia fatta di degradazione, solitudine e matrimoni falliti. In caduta libera verso l’autodistruzione, l’amore improvviso per la giovane giornalista Jean Craddock tornerà a far battere il suo vecchio, pazzo cuore, ad ispirare la sua musica e a rimetterlo in carreggiata.

Jeff Bridges torna a sfoggiare il suo notevole talento musicale venti anni dopo “I Favolosi Baker” e si prenota per l’Oscar.

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Sulle splendide note di Stephen Bruton e T-Bone Burnett, Cooper realizza un monumento a Jeff Bridges che produce, canta ed annaspa in fondo al baratro con soave leggerezza, stralunata ironia e un senso del dramma scolpito sul corpo appesantito, sulle rughe del volto e tra le pieghe arrochite della voce.
La strada per la redenzione ha il passo lento di una malinconica ballata country che penetra sotto pelle ma è anche lastricata di cliché e scontate dinamiche narrative, soprattutto nella delineazione della love story. A furia di asciugare, la carica struggente e il crepuscolarismo cui il film aspira restano intrappolati sulla carta. Poteva essere una sorta di “The Wrestler” del country, ma Cooper non ha il talento di Aronofsky.
Ferdinando Schiavone, 6/10

Bridges, Bridges e ancora Bridges. Talmente vero da sembrare Vero. Meno dinamico della Gyllenhaal, magari, ma stracarico di fascino e perfettamente calato nella parte.
In questo film, come in una canzone country o blues, la musica/trama non ha nulla di originale: l’interpretazione è tutto. E con Bridges si tocca il cielo.
La coppia Bridges/Gyllenhaal ci ricorda quella Rourke/Tomei di “The Wrestler”. Rourke, nella corsa agli Oscar, si fermò alla nomination. Chissà che Bridges invece non riesca a conquistare la prima statuetta della sua vita.
Gabriele De Maggi, 8/10

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