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Ricette per fabbricare uomini-bomba

Prendete un’innocente quindicenne musulmana, spiatene i temi di scuola, trasalite all’apparentemente ovvia affermazione che i kamikaze sono sì dei pazzi furiosi ma di certo hanno delle ragioni che reputano valide, mica si fanno saltare in aria per passatempo.
Entratele in casa, perquisitela e, quando lei si appella libertà di opinione, deportatela con la madre, trattenendo invece i fratellini che, nati a Los Angeles, sono americani a tutti gli effetti. A questo punto ogni minaccia terroristica è stata sventata e la ragazzina avrà finalmente capito di essere stata faziosa. Righerà sicuramente dritto, in Bangladesh.

La storia della povera Taslima è solo la più toccante – probabilmente avrebbe meritato un film a sé – delle molte vicende di immigrazione che si intrecciano, tutte con un unico denominatore: la sopraffazione. Degli americani sugli immigrati – è il caso di Taslima ma anche dell’attrice australiana che si concede a un burocrate – degli immigrati, sugli americani – i ragazzini coreani convinti che una pistola sia molto più utile di un foglio di carta – e degli immigrati tra di loro.

Essere tra i sommersi o tra i salvati, tra chi ottiene asilo o muore nel deserto non dipende dalle tue qualità ma da quanto sei bravo a venderti, sei potente o ricco. O semplicemente dal caso.
Il sistema, insomma, fa davvero schifo, e i singoli di buona volontà costretti a fare di nascosto cose che la pietà umana imporrebbe stanno solo svuotando il mare con un cucchiaio.

Niente di nuovo, ma che ce lo dica anche il buon vecchio Harrison non fa mai male.

OneLouder

Mireya è disposta a farsi sfruttare e a riattraversare periodicamente il deserto a piedi pur di assicurare un futuro a suo figlio. Un’attrice australiana – storia meno commovente anche se ingiusta – si prostituisce per una green card. Vari ragazzini vengono abbandonati al loro destino o trattati come criminali. In mezzo cose che non c’entrano un gran che come un delitto d’onore e un musicista che rispolvera all’occorrenza le origini ebraiche.
Rimane la domanda del trailer: “Chiedetevi perché in così tanti rischiano così tanto per oltrepassare i nostri confini”.
Ecco, non fa mai male chiederselo. Nemmeno da queste parti.

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