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Occasione perduta

L’esordio registico di Yu Lik-wai, direttore della fotografia del più quotato Jia Zhangke (Leone d’Oro 2006 con “Still Life”), è di quelli che lascia l’amaro in bocca. Molto probabilmente, guardando alcune clip del film, o ricavandone in maniera sapiente un trailer, uno spettatore ingenuo potrebbe gridare al capolavoro, illudendosi di aver trovato l’ennesimo talento proveniente dall’estremo Oriente.

In realtà “i soldi sono veri, ma la merce è falsa“, parafrasando Kirin, figlio adottivo del boss cinese Yuda, dedito alla falsificazione di marchi di prestigio provenienti dalla Cina e distribuiti nel multietnico quartiere brasiliano di Liberdade. Viste infatti le buone disponibilità economiche di cui il film disponeva, intuibili fin dai bellissimi titoli di testa, cresce il rammarico per quello che sarebbe potuto essere e invece non è stato.

“Plastic City” si snoda tra l’ascesa e il declino di un boss di origine cinese e del suo giovane e impavido figlio adottivo, inframezzato da locali a luci rosse, corruzione politica e gang rivali. Il contenuto viene subordinato in questo caso a un formalismo eccessivo: ne deriva un film pretenzioso ed esageratamente patinato che si perde lasciando lo spettatore disorientato. L’autore si lascia prendere la mano dai virtuosismi cromatici e dalle scene a forte impatto visivo – come nella sequenza del combattimento tra le bande rivali, a metà tra un graphic novel ed un videogame – e tralascia la struttura narrativa. Il risultato? Un’opera confusa e alla fine incompiuta. Molte scene del film vivono di luce propria, sono fine a se stesse, appaiono slegate dal resto della trama e sembrano un mix fra un videoclip musicale e uno spot della Nike. Sembra quasi che il regista non abbia avuto il tempo necessario per organizzare in maniera intellegibile l’intero intreccio narrativo.

Unica nota di merito va alla stupenda spogliarellista ipertatuata, non a caso scelta per la locandina del film: grazie a lei scopriamo un modo nuovo di utilizzare il bianco d’uovo!

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