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Aspettando la primavera

Mentre gli americani Tom e Summer vivono 500 giorni d’estate rincorrendo la loro traballante storia d’amore, gli italiani Silvestro e Camilla devono trascorrere ben dieci stagioni invernali prima di poter solo cominciare a costruire un rapporto stabile. L’amore, nel film d’esordio di Valerio Mieli, necessita di una lunga e sofferta maturazione perché si possa godere dei suoi frutti, proprio come l’albero di loto piantato da Silvestro nella casa veneziana di Camilla il primo giorno in cui si sono conosciuti.

I “dieci inverni” del titolo – dal novembre 1999, al marzo 2009 – sono dieci stazioni di passaggio, dieci variazioni sul tema che pongono i due protagonisti in situazioni variegate, al limite del surreale, e in ruoli sempre diversi (come conoscenti, amici, coinquilini, amanti, semplici persone che si sfiorano…); prima che possa giungere anche per loro la primavera dei sentimenti. A incorniciare questi delicati quadretti c’è una Venezia plumbea e melanconica, cui fanno da contraltare paesaggi russi dall’atmosfera tra l’alienante e il fatato.

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Applaudito allo scorso festival di Venezia nella sezione “Controcampo Italiano”, “Dieci Inverni” è la prima produzione del Centro sperimentale di cinematografia, realizzata dagli allievi dell’ultimo triennio. In sé racchiude i pregi del miglior cinema italiano: sceneggiatura ben costruita, con echi e rimandi letterari, e “calde” interpretazioni dei protagonisti Isabella Ragonese e Michele Riondino. Ma al tempo stesso ne esemplifica anche i difetti, a partire da una regia che predilige strade convenzionali, senza riuscire a imprimere uno stile personale. Sospeso tra un’atmosfera a metà tra realismo e fantastico, “Dieci inverni” rimane comunque un film schietto e veritiero, decisamente lontano dall’artificiosità da videoclip del “lontano parente” americano “(500) Days of Summer” di Marc Webb.

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