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Un film per le donne iraniane

Iran, 1953: con le battute finali della cosiddetta “crisi iraniana” la CIA e il governo statunitense organizza un mirato colpo di stato, al fine di deporre il primo ministro Mossadegh e mettere al suo posto un politico filo-occidentale, una delle tante misure per arginare il “comunismo” rampante di quegli anni, data la vicinanza geografica dell’URSS.

Shirin Neshat, artista e regista iraniana non solo riapre una pagina di storia, ma lo fa con grazia, intelligenza e bellezza: in “Zanan bedoone mardan” (“Women without men“) quattro donne cercano indipendenza, verità ed emancipazione, intrecciando per un breve periodo le proprie vite, prima di separarsi di nuovo. Anoressia, verginità e separazione sono temi tabù che le protagoniste cercano di mettere in discussione, attraverso il proprio essere donna in una società difficile e dalla crosta ideologica dura da scalfire, quando l’uomo-marito-padrone è opprimente, e l’impegno civile deve essere sotterraneo. La Storia è stata crudele, e anche qui solo le donne più fortunate avranno successo nelle loro battaglie…

La regista ha alle spalle videoinstallazioni ospitate a Venezia, New York e Londra, e questa esperienza risalta particolarmente nel suo film: la fotografia straordinaria restituisce un Iran vividissimo, saturo di colore e al contempo misterioso. Inusuale la composizione delle immagini, i tagli di inquadratura, che spesso raggiunge il poetico senza mai essere patetico. Ottimi gli attori, e la regista lavora con sicurezza e chiarezza, sorretta da una buona sceneggiatura. Gli applausi convinti in Sala Grande confermano che l’arte è uno strumento, o meglio la possibilità di uno spiraglio d’azione, quando la politica fallisce: considerando l’odierno Iran di Ahmadinejad questo lavoro sul “Movimento Verde” giunge con un grande tempismo.

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