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La crisi globale secondo Sam Raimi

Per dimostrare le sue capacità professionali, e ottenere così la tanto desiderata promozione, la giovane Christine nega ad un’anziana signora la proroga di un prestito che le consentirebbe di conservare la propria casa. Per vendicarsi la donna le scaglia contro una maledizione, trascinandola in un vero e proprio inferno.

“Il film del terrore risponde a un bisogno che si può riscontrare anche in qualsiasi luna-park: il bisogno di essere spaventati stando al sicuro, il bisogno di sperimentare e oggettivare e confrontarsi con i propri terrori in un contesto di definitiva sicurezza, quando ci si può dire in ogni momento: È soltanto un film; questi sono soltanto attori, non è neppure un sogno che sto facendo, posso alzarmi e lasciare la sala buia per trovarmi in un mondo più familiare in qualsiasi momento”

La citazione è dello storico del cinema Siegbert S. Prawer e, bene o male, riesce a descrivere gran parte delle emozioni che noi spettatori proviamo di fronte ad una pellicola di genere horror. Parole che trovano una perfetta collocazione all’interno del cinema di Sam Raimi che, forse più di chiunque altro, ha saputo cogliere la componente ludica dell’orrore, creando scenari grotteschi che uniscono il rosso del sangue alla carica irriverente dei cartoon, altra sua grande passione. “Drag Me To Hell” rappresenta per lui un ritorno a quel genere che l’ha consacrato come regista, dopo la bellissima (a parte un terzo capitolo sotto tono) parentesi “Spider Man”. Un ritorno più che mai atteso e fortunatamente lontano da ogni delusione. Come qualcuno ha già fatto notare, quello di Sam Raimi è l’horror post crisi globale, figlio di un deficit economico che non ha risparmiato nessuno. La cosa non deve stupire, il cinema del terrore ha sempre trovato terreno fertile nelle metafore sociali, l’importante è non caricare questo “Drag Me To Hell” di troppe responsabilità. Le allegorie ci sono, anche abbastanza evidenti, ma più che altro è il divertimento a dominare incontrastato, conducendoci con mano sicura lungo un percorso di ricordi cinematografici personali, capaci di risvegliare lo spettatore da quel torpore che l’horror moderno aveva raggiunto.

Da questo punto di vista la pellicola di Raimi si può definire perfetta. Perfetta perché non si prende troppo sul serio. Perfetta perché riesce a calibrare la tensione in maniera volutamente (in)aspettata. Perfetta perché è girata con mano sicura e può vantare alcune sequenze, come quella del combattimento nel garage, da antologia. Perfetta proprio perché sa di non esserlo, ma non gliene importa niente. Questo perché è anche consapevole di essere uno dei film di genere più interessati degli ultimi anni.

OneLouder

Un film che funziona come un tunnel dell’orrore, regalandoci una serie di salti sulla poltrona che ogni volta riesce a colpire nel segno. Ma ovviamente non si esaurisce tutto qui. La cosa più bella è vedere che fondamentalmente il cinema di Sam Raimi non è cambiato di una virgola.

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