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No Exit

Che Nicolas Winding Refn avesse del talento si sapeva da Venezia 66, quando il suo “Valhalla Rising” venne presentato fuori concorso. Ancor prima la trilogia di “Pusher” era divenuta un cult, e il regista danese acclamato come nuovo enfant sauvage del cinema indipendente nordeuropeo.
Con “Drive“, Premio alla regia all’ultimo Festival di Cannes, Refn trova la sua cifra stilistica e poetica, in cui nichilismo e romanticismo sono le due facce della stessa medaglia, e si risolvono in un un sentimento che rimane frustrato e ti trasforma in una specie di automa indifferente.
Non ha nome il personaggio che Ryan Gosling porta sullo schermo, semplicemente lui guida: lavora come stuntman nei film d’azione, in un’officina come meccanico, e di notte come pilota per la criminalità. Nulla sembra suscitare in lui emozione, sembra che non gli importi nulla neanche di se stesso, ma non può fare a meno di innamorarsi di Irene (Carey Mulligan), sua vicina e giovane madre che dopo il ritorno del marito dal carcere si ritrova invischiata in un pericoloso giro criminale. Per salvare lei e il figlio, Driver si troverà coinvolto in una spirale di violenza, e siccome è un “buono”, commetterà l’ingenuo sbaglio di fidarsi di un criminale. Alla fine risulterà l’unica pedina rimasta in gioco, quasi fosse indistruttibile, ma il prezzo da pagare è la felicità. Costretto a riprendere il posto che gli è stato assegnato da un mondo cannibalico come suo ineluttabile destino, come si conviene ad un eroe: il suo posto è quello di Driver.

OneLouder

La sequenza iniziale è magistrale per tensione e movimenti di macchina che disegnano inseguimenti capaci di evocare il thriller poliziesco americano anni ’70, e perché, attraverso gli insistiti primi piani sul viso ora impassibile ora ingenuamente espressivo di Ryan Gosling, crea un tono intimista.
Poi, cambio di registro: filone romantico, con il silenzio tra i due innamorati, che fanno parlare al loro posto una luce lirica, calda e ovattata, che si posa come un velo di bellezza su inquadrature grandangolate di una Los Angeles degradata, ma perfetta nella monotonia delle sue geometrie ortogonali per creare inquadrature secche e precise, che instillano un senso di stolida solitudine.

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