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La droga uccide tutti, ma proprio tutti

Ultimo film a sorpresa del Festival capitolino, ma già ampiamente annunciato, “Drug War” segna il ritorno del regista di Hong Kong Johnnie To al gangster movie, ed è anche il suo primo film con capitali cinesi.

Stilisticamente notevole, il film soffre di un gigantesco problema di fondo, ed è meglio chiarirlo subito: è una pellicola smaccatamente di propaganda. Non è un argomento molto popolare quello del consumo di droghe in Cina, non esistono dati né studi al riguardo: aveva suscitato molto interesse quindi il contributo economico governativo ad una storia che si occupa degli affari nello smercio di svariate sostanze stupefacenti di una serie di piccoli e grandi gangster. E invece….

Se la polizia cinese fosse davvero efficiente come si vede nel film, sarebbe un modello da esportare nel mondo. Se la cocaina facesse tanto male come si vede nel film (e ne fa, per carità) solo in Italia avremmo centinaia di morti al giorno. I solerti e inarrestabili tutori dell’ordine cinese braccano, snidano, inseguono i malviventi con apparente semplicità, fino a compiere l’estremo sacrificio per togliere dalla circolazione ogni residuo di mela marcia.

Questo per levarci dalle scatole l’impianto ideologico, adesso però parliamo di cinema e la musica cambia completamente. In una trama che verso la parte centrale rischia un po’ di girare a vuoto per poi riprendersi in un incalzante finale, To inserisce alcune scene che non se ne andranno dalla memoria dello spettatore per parecchio tempo. Una su tutte? Centinaia di pescherecci che si muovono in mare all’unisono.

OneLouder

Pur con i problemi ideologici cui abbiamo fatto cenno,”Drug War” è un gangster movie duro e senza scampo, dove si ripropone ancora una volta il cliché poliziotto integerrimo vs. criminale intelligente e carismatico, questa volta però condito da un retrogusto orientale che lo fa sembrare nuovo di zecca.
Alcune soluzioni di montaggio sono avanguardistiche (un casello autostradale non ha mai avuto tanto spessore narrativo) e c’è persino spazio, piccolo ma sostanzioso, per della glaciale ironia. To non toppa la prova, la prossima volta torni a cercare i soldi nella sua Hong Kong però.

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Contro

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