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Un’opera insabbiata

Nell’anno 10191 sul pianeta Arrakis, chiamato anche Dune a causa della sua natura desertica, l’imperatore Shaddam IV insedia la casata degli Atreides, guidata dal duca Leto, a sostituire la rivale casata degli Harkonnen, cui capofila è il perverso barone Vladimir. Su Dune viene estratta la Spezia, anche detta Melange, una sostanza dai poteri eccezionali, tanto ambita da essere la più costosa dell’universo, il cui commercio è in mano alla Gilda dei navigatori sotto il controllo dell’Essere Supremo. Gli Harkonnen tramano però contro gli Arkonnen e presto Paul, figlio di Leto, si troverà a vivere con la madre Jessica, sacerdotessa dell’antico culto magico delle Bene Gesserit, la morte del padre e la successiva guerra per il controllo di Dune e della Spezia.
Ad aiutare Paul, dotato come la madre di notevoli poteri psionici, ci saranno i Fremen, autoctoni del pianeta Dune, legati a Paul e al suo strabiliante futuro da motivi leggendari.
Tratto dal primo libro della esalogia di Frank Herbert, datato 1965, “Dune” è un colosso da 45 milioni di dollari, con un cast faraonico, che vede tra gli altri Max von Sydow, Silvana Mangano e Sting, e con una sezione di effetti speciali che annovera Carlo Rambaldi e Al Whitlock. La fotografia, in mano a Freddie Francis, è molto curata, e le scenografie d’interni molto belle nel loro intreccio di stili, dal Veneziano all’Egiziano al Barocco.
Il colosso nasce però con i piedi d’argilla a causa di una serie di errori di organizzazione su cui l’inesperienza di David Lynch nella direzione di un progetto di tali dimensioni non ebbe la meglio.

Il progetto di Raffaella De Laurentiis di realizzare un film di fantascienza lontano dagli standard alla “Guerre Stellari”, un film centrato sui personaggi e sulle emozioni, ricco più di moti interiori che esteriori, si arena proprio a causa del suo peso eccessivo.
Lynch, dal canto suo, dona una suggestiva impostazione all’opera con l’uso, tra l’altro, di “voci off” generalizzate, mettendoci nella posizione di sentire, talvolta, i pensieri dei personaggi, ma allo stesso modo delle parole da loro pronunciate, che nel nostro piano di percezione si confondono con i primi. Questa compresenza è tipica della dimensione onirica, dove Lynch sembra posizionare lo spettatore e l’intera pellicola, con richiami costanti ai sogni, alle visioni, soprattutto quelle messianiche di Paul.
“Dune” non è, come già detto, privo di pregi estetici, e regala più di una bella scena nelle sue due ore e mezza, ma, nel complesso, il ritmo diseguale, l’equilibrio incerto, la farraginosità hanno contribuito ad una quasi unanime stroncatura di pubblico, sicché la pellicola viene ricordata come uno dei peggiori disastri produttivi della storia del cinema.

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