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Apologo II

Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, il piroscafo Gloria N. salpa dal porto di Napoli per compiere un rito funebre: spargere le ceneri della leggendaria cantante lirica Edmea Tetua al largo dell’isola di Erimo. All’inizio il film ci proietta all’epoca dei fratelli Lumiere con un omaggio al cinema muto assai funzionale alla descrizione, che assomiglia sempre di più ad una parodia a metà tra opera buffa e melodramma, del gran mondo di inizio ’900, decadente e un po’ bohemien. Ogni personaggio è talmente pomposo, fintamente complesso, aristocratico e raffinato, da risultare ridicolo, infantile, insomma una macchietta. Memorabile la scena della gara di canto nella sala macchine, emblema delle manie di onnipotenza di un manipolo di cantanti. La nave carica a bordo una folla di profughi serbi, fuggiti dopo l’attentato al gran duca Ferdinando a Sarajevo. Gli artisti, inorriditi da quella banda di pezzenti, chiedono e ottengono la loro emarginazione. Poi, la fraternizzazione. Ma è a questo punto che irrompe la Storia con i suoi venti di guerra, e il film si trasforma in un apologo sotto forma di allegoria, non privo di pretenziosità poetica. L’apparizione della nave austriaca ha lo stesso significato che qualche anno prima aveva assunto la palla d’acciaio in “Prova D’Orchestra”: un pericoloso elemento ordinatore, allegoria di tutti gli autoritarismi. ” E la nave va”: quella nave siamo noi, che, dopotutto, ci teniamo a galla.

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