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  • Earth – La Nostra Terra

    Diretto da Alastair Fothergill, Mark Linfield

    Data di uscita: 22-04-2009

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Non piangete bambini!

La pupa imbronciata, visibilmente scossa, si allontanava mano nella mano con la madre che, intenerita, la rincuorava. Chissà cosa stava pensando l’unica bimba, forse la spettatrice più accreditata, all’uscita dalla sala dell’anteprima di “Earth – La Nostra Terra” per gli addetti ai lavori.
Forse nulla, ci era solo rimasta tanto male per papà orso appena trapassato causa inedia e zanne del tricheco che evidentemente non aveva gradito la prospettiva di essere sbranato.
Ma si sa, i bambini sono molto sensibili sia alle scene toccanti che a quelle comiche, non c’è da preoccuparsi: avrà certamente riso a crepapelle osservando poco prima i piccoli di Anatra Mandarina precipitare goffamente al primo volo, e le simpatiche danze di accoppiamento degli uccelli della Nuova Guinea.
Si vive e si muore, un documentario non può creare un lieto fine laddove non c’è. Il tricheco ringrazia.

“Earth – La Nostra Terra” è il primo film presentato da DisneyNature, neonata divisione di casa Disney destinata a produrre documentari per il cinema. Ne sentiremo parlare. Realizzato dalla britannica BBC, in realtà è già uscito in Francia ed Inghilterra nel 2007 quindi in altri paesi, riscuotendo un buon consenso di pubblico. Il plot basilare vertirebbe sulle vicende di una famigliola di orsi polari, sul peregrinare di un branco di elefanti in cerca di acqua e sulla traversata di due balene megattere in rotta verso il Polo Sud. In realtà c’è veramente di tutto, è possibile godere di splendide riprese dell’intero pianeta: flora e fauna dai poli all’equatore. Tundra e taiga non saranno solo fatui termini dell’antico sussidiario, vale la pena vederle almeno su grande schermo.

Il taglio dell’opera è molto tradizionale, quindi dimenticatevi gli esperimenti del filone naturalistico francese: non c’è la tiepida favola de “La Marcia Dei Pinguini” di Jaquet né l’essenzialità e la poesia delle sequenze dello splendido “Microcosmos” di Nuridsany.

Lo scopo del film è documentare, non vanta pretese come opera artistica. L’impegno è pratico e il progetto è grandioso: cinque anni di riprese, un lavoro immane, sfide logistiche e tecniche in condizioni estreme. Alastair Fothergill, autore, regista e produttore nel settore dall’86, è un documentarista vecchia maniera. Poco estro forse, ma grande esperienza e tanta sostanza. Pluripremiato per diverse produzioni, bada soprattutto alla fotografia e alla qualità del materiale.
Cavalcando la moda delle voci celebri, DisneyNature propone Bonolis nella parte del narratore classico: un po’ ingabbiato ma tutto sommato accettabile. Anche la colonna sonora, eseguita dalla prestigiosa Berliner Philharmoniker, seppur impeccabile, non brilla certo per innovazione.

L’arte ce la mette l’attrice protagonista: la Natura. Se lacrimoni e risate sono garantite per i bambini, anche gli adulti non avranno di che annoiarsi. Irresistibile fascino e qualche spunto per riflettere fanno capolino di tanto in tanto: così osserviamo la lince aggirarsi nei boschi come una piacente signora quarantenne farebbe tra gli scaffali di qualche profumeria.
Ancor più straordinaria è la scena del ghepardo. Immortalato come in una tela di Giacomo Balla, l’atleta fa sfoggio della plasticità dei suoi muscoli e della propria implacabile determinazione che lo porta in una sequenza in super slow motion a lambire stockerianamente il collo della preda a compimento di un rito velatamente erotico.
E ancora ci rendiamo conto che gli Uccelli del Paradiso multicolori sono very cool in passerella.
Come non rimanere sbalorditi scoprendo che la Parotia Carolae impersona alla perfezione lo stile Yves Saint Laurent? È bizzarro come gli stilisti si facciano vanto della propria inventiva pur essendo l’uomo non creatore ma creatura.
Una certa inquietudine potrebbe coglierci assistendo alla scena in cui leoni ed elefanti si abbeverano nella stessa pozza d’acqua, avidi e guardinghi come astanti a un matrimonio dall’esiguo buffet.

Uomo e animale, cultura e natura. Osservare come l’istinto porta un branco di lupi ad attaccare il cucciolo più indifeso senza il minimo intervento da parte delle prede risparmiate non può che riportare alla mente numerosi e riprovevoli episodi di cronaca quotidiana. In tono minore tale tendenza si può riconoscere ancor più abitualmente nei rapporti interpersonali in svariati ambiti. Rivedere nei propri simili le stesse attitudini inevitabilmente ci spinge a chiederci se l’indegnità e la scelleratezza di certe azioni non sia in realtà opinabile. Se l’etica non è che una sovrastruttura culturale o religiosa, questa è definita solo in un certo contesto ma potrebbe essere completamente opposta, o assente in un altro.

Abel Ferrara nel suo “The Addiction” paventava il male come insito nella natura dell’uomo, ma certamente non sarebbe una visione adeguata per la bimba presente all’anteprima. Nemmeno citare le idee di Plauto e Hobbes a riguardo sarebbe d’aiuto.
Tanto vale allora sopportare un po’ di pianto ed affidarsi agli orsi del vecchio Walt, oppure recitarle poco prima che si addormenti un’antica fiaba africana: «Ogni mattina nel mondo, come sorge il sole, un dipendente si sveglia e sa che dovrà correre più del suo capo ufficio o verrà licenziato».

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Contro

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