Home > Recensioni > Eraserhead – La Mente Che Cancella

Il buio cielo del domani

Il primo lungometraggio di David Lynch, con la sua autarchia di mezzi e quella troupe ristrettissima e perfettamente leale che solo i custodi di un’idea geniale possono attirare intorno a sé senza avanzare altre credenziali, ha il sapore mitico delle imprese fuori dal comune, che graffiano la storia con la loro fisionomia produttiva, prima ancora che con i contenuti. Cinque anni di lavorazione intervallati da periodi anche lunghi di pausa dovuti ad una carenza ricorrente di fondi, una partenza in sordina nei cinema newyorkesi di Barenholz, e la successiva ascesa fino all’olimpo delle pellicole cult, dimostrano che l’impresa ha prodotto contenuti di altissimo livello.
In effetti una vicenda alquanto banale, in cui i due giovani Henry e Mary, uniti dalla nascita di un figlio alquanto alieno, subiscono lo scoramento che la sua rumorosa mostruosità genera tra loro e in loro, si articola in maniera talmente ellittica e immaginifica da inclinare ed incrinare qualsiasi griglia di logica interpretativa si volesse applicarle.
Ciò che plasma l’universo di “Eraserhead” è un immaginario personale e criptico, la cui caratteristica cupezza espressiva riesce però a colpire lo spettatore con efficacia sorprendente. C’è un intreccio di pulsioni che muove e smuove l’intera pellicola, come scariche visive su un nastro continuo di suono/rumore, intervallato dall’organo fieristico di Fats Weller.

Questa elica impazzita annerisce la pellicola fino all’isolamento degli elementi di scena e dei personaggi, immersi nella notte senza fine di un pianeta mentale governato dalle leggi implacabili di un industria sempre presente, nella forma però della sua decadenza suburbana, fatta di fango e disfunzione, di rumore incessante e di svilimento umano. L’assurdità che abita il mondo di “Eraserhead”, lungi dall’essere pura arbitrarietà, si discosta ugualmente dal caos e si legge più come un percorso d’esperienza subcosciente, da compiere senza il supporto della logica aristotelica, pronti a lasciarsi attraversare e penetrare dalle fantasmagorie lynchiane, da quell’inimitabile gusto per la parte isolata dal tutto.
Così si propone “Eraserhead”, come frammento di lucidissima follia, di abbandono volontario al potere suggestivo dell’immaginazione slegata, foriera di segni sicuramente interpretabili, ma non prima di aver accettato di poter raggiungere, con indubbia fatica, solo la propria, personalissima verità.

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