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Malkovich, marionetta senza fili

Ricercare la bizzarria visiva e concettuale, ricamare cervellotiche minuzie di sceneggiatura, stupire e sorprendere chi guarda con trucchi e giochi d’immaginazione: ottime qualità per un regista di spot e video musicali, ma trappole insidiose se si vuole compiere il salto verso il lungometraggio e dunque verso un linguaggio che non può accontentarsi di trastullare gli occhi degli spettatori ma deve necessariamente costruire un racconto, delineare dei personaggi e soprattutto tener vivo l’interesse del pubblico per non meno di novanta minuti.

E da questo punto di vista lo script di Charlie Kaufman funziona, perché fornisce un’impalcatura sufficientemente solida – benché, va detto, più giocosamente complicata che emotivamente complessa – sulla quale il talento da videoclip di Spike Jonze possa agevolmente innestare quelle elaborate trovate di ironia visuale che da sempre ne contraddistinguono lo stile.
Pur tra qualche snodo improbabile, soprattutto nell’evoluzione dei rapporti tra i personaggi, e piccole cadute di ritmo, “Essere John Malkovich” non è di certo un esordio trascurabile, e se lo spunto narrativo di base risulta geniale non è solo per l’idea in sé ma perché tale idea consente all’attore in questione, John Malkovich, di improntare pezzi di bravura gustosamente impressionanti e deliziosamente divertenti. Malkovich esce non solo indenne da un film potenzialmente narcisistico e stucchevole, ma anzi lo nobilita, e sa mettersi a servizio di Kaufman&Jonze con docilità divertità e al contempo con inappuntabile rigore.

Ad un’opera prima, poi, si perdonano molte sbavature, e con Jonze in particolare il mondo cinematografico è stato fin da subito indulgente e incoraggiante, tributandogli premi e scaraventandolo immediatamente nel circo degli Oscar con una nomination personale come migliror regista, affiancata a quelle per Kaufman e per la splendida supporting actress Catherine Keener.

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Gli attori, già. Difficile scovare un altro film che sia, fin dal titolo, un così spudorato e adorante monumento al ruolo e al valore dell’attore. Malgrado la sovrabbondanza delle più o meno godibili artificiosità stilistiche, se “Essere John Malkovich” si ricorda è soprattutto per lui. Malkovich. Il Grande Malkovich.
Certo, la perfida Maxine di Catherine Keener potrebbe sempre risponderci così come fa col povero Craig: “Grandioso! Chi cazzo è John Malkovich?”

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