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Piccoli placidi orrori

Un chirurgo (Stefano Dionisi) che opera in una clinica lussuosa senza avere la laurea, sua moglie (Sandra Ceccarelli) intelligente ma rinchiusa nella placida ottusità provincial-borghese, il figlio che passa ore al computer costruendo una famiglia virtuale tramite il popolare gioco “The Sims”, la figlia, adolescente in stile “mi fa schifo tutto” e vittima di bullismo. Ciliegina sulla torta: il fratello del falso medico, un ex tossicodipendente. Mettete questo variegato umano sotto uno stesso tetto e otterrete un numero impressionante di litigi dispiegati in 94 minuti di film. La madre litiga con la figlia che le urla “non mi capisci!”, la figlia litiga col fratello minore per il telefono, e in più (dato che è la più sfigata) si becca un paio di ceffoni dal padre senza saperne il motivo; il padre a sua volta chiama la moglie “tesoro”, ma poi si rinchiude nel bagno con la moglie del capo, la classica serpe di mezza età che vuole apparire giovane e invece è soltanto volgare. E iI fratello? Lui è la “vergogna” della famigliola perfetta, il perturbateur della situazione. Tragedia sfiorata e ricomposizione del quadretto, calderone pieno di potenziali “mostri” (gli amici della cronaca nera che occupano i tg si affacciano anche al cinema). L’intento di Alfredo Arciero, il regista, formatosi come assistente alla regia di Ettore Scola, è “raccontare uno spaccato dell’Italia contemporanea attraverso il microcosmo della famiglia”. Ora,il pericolo che si corre quando si vuole fare un film con la pretesa di dire “le cose come stanno” è la banalizzazione, la raffigurazione bozzettistica, che può diventare triviale- si prendano ad esempio i film di natale, che nel bene e nel bene sono lo specchio dell’Italia che li va a vedere-, intellettualmente “patinata” da personaggi pseudo-problematici – i film di Muccino-, ma anche didascalica, ed è a questa tipologia che appartiene “Family Game”. Paradossalmente, è la tipologia con gli intenti più nobili, ma anche quella meno ispirata: il regista cerca di fare una denuncia sociale ma non ha stile, né immaginario poetico, limitandosi così a imitare la realtà, cosa che al cinema non funziona. Insomma, anche il neorealismo aveva una poetica rigorosa, e la sua non è una raffigurazione della realtà, non è oggettiva, ma impersonale, secondo una felice definizione di Ghezzi. La tematica può essere anche importante, ma è il risultato della pellicola che fa la differenza.

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