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L’infelicità è pericolosa

Il mito del goethiano Faust rivisitato in chiave visionaria: il medico Faust seziona cadaveri per cercarne l’anima – invano. Il suo assistente Wagner ha un’ammirazione sconfinata per lui e brama di eguagliarne il genio filosofico e alchemico. Un giorno Faust incontra il diavolo, col quale intraprende scorribande atte a liberare ogni suo impulso, anche criminale. Quando si innamora della bella Margherita, Faust non esita a vendere l’anima al diavolo pur di averla: tanto l’anima non esiste.

Ultimo capitolo della “quadrilogia del potere” che comprende i precedenti “Moloch”, “Taurus” e “Il Sole”, questo “Faust” (in concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia) pare essere la summa e l’apice del cinema di Aleksandr Sokurov sia dal punto di vista estetico/pittorico sia tecnico: abbandonato (purtroppo) il linguaggio del piano-sequenza infinito che ci ha regalato con “Arca Russa”, ora il regista fa muovere freneticamente i personaggi, accompagnandoli in modo ondivago e fluido, annegandoli in lenti anamorfiche e filtri bluastri.

Come direbbe Mefistofele nel Faust di Christopher Marlowe, l’inferno è già qui in Terra. E che Terra: densa di odori sgradevoli, di acque torbide, di una fisicità irreprimibile, essa accoglie angeli come Margherita che sembrano non appartenerle. Proprio per una sorta di elogio visivo del corpo della ragazza, finalmente, la macchina da presa indugia lenta e poetica; ma è solo la quiete prima di una tempesta che riempie lo schermo di mostri e che conduce il protagonista all’inferno.

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Se il diavolo pare essere sconfitto dalla faustiana volontà di potenza, non è certo detto che l’eroe l’abbia vinta per l’eternità. La felicità e il successo paiono impossibili da ottenere, ma d’altronde Mefistofele/Goethe lo dice chiaro: l’infelicità è pericolosa. Ecco perché la dannazione, e con essa l’anima, esiste. Leone d’Oro meritatissimo, dopo una carriera densa di arte e ingiustamente sottovalutata.

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