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Roma Babilonia

Non un film storico, ma un film fantastorico, che guarda alla Roma imperiale della decadenza come ad un universo popolato dai marziani, creature mostruose, truccate come geishe, solo più volgari, dagli sguardi fissi e inquietanti, come i burattini. Personaggi corrotti, dissoluti e allo stesso tempo funerei, come spiriti di morti che all’improvviso si animano presi da convulsioni, in una Roma fetida, putrida, ricreata in modo da trasmettere una sensazione fastidiosa e “sporca”, come se fossimo in mezzo alla melma. Sembra di stare in un sogno allucinato e angosciante: le scenografie sono marcatamente artificiali, non obbedienti al principio di verosimiglianza, per intenderci: si capisce subito che le costruzioni sono di cartapesta e che ci troviamo in un teatro di posa, magari questo si capisce pure in “Ben Hur”, ma è l’intenzione che è diversa (ricostruzione storica nel film americano, ricostruzione onirica nel “Satyricon”
); anche il cielo è finto, filtrato da una luce opaca, artificiale. Un film che si fa beffe del principio narrativo, sostituendolo con episodi frammentari e scollegati. Un film che non ha intenti pedagogici, o moralistici, anche se la Roma corrotta e volgare di Nerone appare come un evidente riferimento all’oggi. Il modo di Fellini di fare film politici, di reclamare il bisogno di verità, senza ipocrisie, è quello di rappresentare un mondo che ne è privo, e tanto più sfrenata, grottesca e manicomiale sarà la rappresentazione, tanto più essa risulterà vera. Perché questa è la “sua” realtà, cioè “la cosa più reale che esista”.

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