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Road-cyber-punk di fine millennio

Più di dieci anni di lavoro, una versione “director’s cut” (di 280 minuti), 23 milioni di dollari come budget. Girato in 15 differenti città di 4 continenti (inizialmente si prevedeva di girare anche in Congo e Cina, ma per motivi burocratico-finanziari Wenders dovette rinunciare), “Fino Alla Fine Del Mondo” è generalmente considerato nella carriera di Wim Wenders come il suo film più ambizioso: la trama è a dir poco confusa, se non altro per la condensatissima versione commerciale di quasi tre ore, definita dal regista “Reader’s Digest Version”.

Ambientato nel futuro 1999, con un soggetto scritto dallo stesso Wenders e da Peter Carey, il film assembla una videocamera che permette ai ciechi di vedere, un triangolo amoroso, rapinatori di banca, la CIA, i quali si rincorrono intorno al globo mentre un satellite indiano minaccia il pianeta dall’alto.
Fra improbabili incontri e lettori di sogni come se fossero MP3 i personaggi finiscono in Australia, imparando a gestire, attraverso un romanzo, la potenza delle parole.

La pellicola, pur avendo riscosso relativamente poco successo al botteghino soprattutto negli USA, fu recepita dai critici non negativamente: anzi, il critico maggiore fu proprio Wim Wenders, il quale, insoddisfatto del risultato ottenuto per rispettare gli obblighi contrattuali, decise di procedere con un proprio nuovo montaggio, cercando di diluire il messaggio del film, divenuto troppo denso e pesante. Il regista chiese a parecchi musicisti (fra cui Lou Reed, Patti Smith, U2, Depeche Mode, R.E.M., Talking Heads, Nick Cave etc.) di collaborare, e la soundtrack è probabilmente il merito maggiore del lungometraggio.

Nel cast sono presenti Solveig Dommartin (la fidanzata a quel tempo di Wenders), il solito Rüdiger Vogler sempre nel ruolo di Philip Winter, oltre a Jeanne Moreau e chicche Tom Waits e David Byrne che interpretano se stessi. “Fino Alla Fine Del Mondo” è in ultimo una sorta di cyberpunk, pensato da Wenders come non-plus-ultra della sua serie sui road-movie.

OneLouder

Tipica storia del regista cocciuto che fa flop alla cassa… Il film ricorda vagamente l’esperienza di David Lynch con “Dune”, per temi, ambizioni e insoddisfazione per i risultati: si sente la presenza di molte idee, troppe, incapaci di trovare la propria forma cinematografica. Wenders si ritrova intrappolato in un lungometraggio di 5 ore, di interesse certo per gli spunti, ma non certo come opera cinematografica compiuta.

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