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È più facile volare a testa in giù che cambiare

Flight” è un film di Robert Zemeckis sull’alcolismo, in cui lo schianto aereo è solo l’occasione per meditare a riguardo e per portare il protagonista, William “Whip” Whitaker, a confrontarsi con il suo problema. Il film non è consolatorio, Whip cerca infinite volte di smettere, e non ci riesce mai. È solo, il continuo tornare a parlare di Dio sta solo ad indicare che non c’è nessun Dio, che Whip è solo e dovrà salvarsi da sé (non per nulla, l’aereo, in una tesissima scena di impatto, si schianta su un campanile). Di tutte le discussioni su Dio, la più affascinate, e la più vera è quella col malato di cancro, che indica a Whip la coprotagonista Kelly Reilly come qualcuno da non farsi scappare. Altre scene sontuose, al di là di quella adrenalinica dello schianto, quella del prefinale, in albergo, che riesce ad essere anche ironica. Colonna sonora presente ed esplicativa.

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“Flight” vorrebbe essere un film di personaggi, ma non lo è. In primo luogo perché l’unico personaggio è Denzel Washington come lo avevamo visto in “Training Day”, sempre in bilico tra dipendenza e coscienza, ma mai scevro da autoindulgenza. Morale: è più facile guidare un aereo a testa in giù che cambiare la propria condotta di vita.
Whip è antipatico, supponente, gli altri personaggi sono macchiette (compreso John Goodman, che appare solo due volte ripetendo “sono nella lista”), personaggi da morality play, in un film che ci mette davanti di continuo come ci si riduce, quando si ha una dipendenza.

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Contro

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