Home > Recensioni > Fortapàsc

La Rabbia

A pochi giorni dalla “Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime di mafia” organizzata da don Luigi Ciotti, e che ha visto un’ondata di giovani riversarsi sul lungomare di Napoli, nelle sale italiane esce un film molto atteso (ma in Campania è già uscito venerdì scorso) che ha per protagonista proprio una di queste novecento vittime, Giancarlo Siani, l’unico giornalista ucciso dalla camorra.

“Fortapàsc”, di Marco Risi, è un “Fort Apache” moderno, solo che qui l’assedio alla diligenza non lo conducono gli indiani ma i camorristi. Esiste un Far West molto più vicino a casa nostra, molto meno mitico della Monument Valley, molto più atroce e aberrante, basta spostarsi a Torre Annunziata, vicino Napoli, terra avvelenata dalla camorra e dalla politica compiacente. Il film racconta l’ultima estate di Siani, quella del 1985, quando lavorava come giornalista, o meglio praticante, o ancora, più precisamente, come abusivo – così si definiva, con un po’ di humour made in Naples, Siani. Faceva il corrispondente da Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta (ora all’ergastolo), per il “Mattino”, fino alla promozione a redattore nella storica sede napoletana e al suo omicidio, il 23 settembre, per aver svelato alleanze tra i vari clan, che dovevano rimanere occulte all’interno della camorra stessa.

Produzione Rai Cinema di alto profilo. Finalmente un film, dopo “Gomorra” e “Il Divo”, non provinciale. Tuttavia, se l’argomento fa acclamare al ritorno del cinema di impegno civile, la sceneggiatura costruisce un cinema molto “classico, narrativo, che segue la vicenda del protagonista e la approfondisce” (parola del regista).
È un cinema che non ha scene madri, non ha grandi invenzioni registiche, anzi la macchina è piuttosto statica, e a ricordarci che stiamo vedendo un film e non una fiction interviene il montaggio, pur non mancando momenti efficaci, nel loro complesso di dialoghi, suoni e immagine.

Ma le scene più forti sono già in qualche modo presenti nell’immaginario collettivo di tutti noi, e (ri)vederle sullo schermo, con quel valore di exempla che in fondo ce le allontana, non ci sorprende. È un cinema poco autoriale, dove per autorialità s’intende prima di tutto stile; di tutti gli elementi che compongono un film l’immagine è quello più importante, più del dialogo. Ora, non bisogna essere per forza visionari come Sorrentino, crudeli e poetici come Garrone, epici come Coppola, per fare un capolavoro, però la scelta di concentrarsi sul protagonista, per di più un “buono”, mostrando molti dettagli della sua vita privata che stridono con “l’altro” tono del film, quello “camorristico”, poteva almeno affidarsi ad una narrazione un po’ meno lineare e dimessa.

Scroll To Top