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Ritorno alla magia delle origini

Victor Frankenstein è un ragazzino solitario, appassionato di scienze e di cinema. Ha un solo vero amico, il cagnolino Sparky, ma non c’è da stupirsi visto che i suoi compagni di classe sembrano usciti da una galleria dell’orrore, tanto sono strani, storditi o quantomeno un po’ sinistri. Sparky è anche la star assoluta dei film girati da Victor con una super8 e proiettati con fierezza nel salotto di casa. Non occorre aggiungere molto altro per intuire che Victor è un piccolo Tim Burton in fieri.
Quando Sparky muore investito da un auto, gli insegnamenti del tonitruante prof di scienze sul potere dell’elettricità spingono Victor a sottoporre il cadavere alle scariche dei fulmini nel tentativo di riportarlo in vita. Ma il piccolo scienziato dovrà fare i conti non solo coi suoi infidi compagni ma anche con l’ottusa mentalità degli abitanti del villaggio.

Ammettiamolo: nell’ultimo decennio Burton aveva smarrito la sua magia. Riadattando un suo mediometraggio in bianco e nero del 1984, torna all’animazione in stop motion e si riaccosta all’essenza della sua poetica nella sua espressione più pura e sincera: la commovente elegia dell’innocenza del “diverso” di fronte alla mostruosa banalità dei “normali” intonata su sfondi pittoricamente gotici, permeata da malinconiche atmosfere dark e arricchita da un’architettura di colti riferimenti cinematografici.

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La storia di questo novello dottor Frankenstein, chiaramente ispirata al romanzo di Mary Shelley, offre a Burton l’occasione per rendere un appassionato omaggio a tutto il genere horror. “Frankenweenie” diventa così la quintessenza del suo cinema: gli echi del vecchio Burton non si contano così come le gustose citazioni in forma di parodia di classici come “La Moglie Di Frankenstein”e “Godzilla”. Dopo i recenti scivoloni,”Frankenweenie” è un meritato quanto inatteso trionfo, una deliziosa favola horror in 3D che segna per Burton una rinascita attraverso il ritorno alle origini e per noi una rinnovata love story.

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