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La linea d’ombra

Full Metal Jacket” è un’opera teorica ma – come sempre in Kubrick – anche spettacolare. A una prima parte preparatoria, segue la guerriglia vera e propria, secondo un’ossessione topica del Maestro, ossia lo scontro, la tensione tra ordine e disordine, tra controllo e caos. Il secondo tempo ha uno stile da reportage, con frequente uso della camera a mano; ma la steady cam di Kubrick non indulge mai alla confusione, il rigore punge continuamente la materia, lo sguardo del regista deve necessariamente imporsi e spesso sovrapporsi al diegetico. A una prima parte più geometrica, che accoglie in sé la naturale propensione all’ordine dell’esercito, segue la guerra vera e propria in cui quest’ordine (visivo, morale, sentimentale) viene scardinato, secondo un ribaltamento carico di humour nero.

Volendo racchiudere uno degli aspetti fondanti del film in una scena, ci basterebbe scegliere quella in cui Joker vede per la prima volta una fossa comune di cadaveri. La sequenza si apre con un suo primo piano che arretra/si allarga con uno zoom traghettato poi in uno dei carrelli di cui è pieno l’intero film, a scoprire i corpi nella fossa imbrattati di calce bianca. Come avverrà successivamente – quando la squadra dei Porci Arrapati sarà di fronte ai cadaveri di due commilitoni – la macchina da presa inquadra il vivo dal basso, dal punto di vista dei morti, quasi ad attrarne l’ottica nel gorgo, inevitabile, del nulla. E non è un caso se anche questi cadaveri – i primi che incontriamo nel film – siano disposti l’uno di fianco all’altro, in un ordine geometrico rigoroso. Come dimostrerà il seguito del film, infatti, è la rottura dell’ordine, la caccia selvaggia e anche incosciente che salverà ciò che resta della squadra del protagonista. L’uomo che torna ai suoi istinti più animaleschi, per dirla in altro modo.
[PAGEBREAK] Di fronte alla desolazione e alla morte, a Kubrick interessa soprattutto la meccanica della guerriglia urbana e la sua manipolazione mediatica. Il lungo addestramento della prima parte va letteralmente in fumo tra le rovine di Hué, a prevalere è il caos e uno spirito di sopravvivenza che trasforma – in questo Hartman l’ha avuta vinta – giovani segaioli in potenziali killer without judgement. Privare della vita una baby san è il necessario passaggio nelle tenebre per conservare la propria, entrando a far parte di quello sguardo imperturbabile, un velo di puro bianco che sembra steso sull’obiettivo della macchina da presa.

Protagonista non è il risvolto morale (e moralistico) della faccenda, ma l’indottrinamento, la manipolazione verticistica che ha prodotto questi automi, che pure falliscono. E quando alla fine ce li restituisce in una visione goliardica, tutti a cantare Topolino, la chiosa non è quella del ritorno alla vita e al sesso, ma quella del suo Autore, che di lato osserva con un ghigno il trionfo del codice dei marines, la trasmutazione dell’umano in arma, in oggetto che resetta in un lampo l’orrore e automaticamente torna – crede – a essere umano, mentre non è che un altro reduce della Cura Ludovico.

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