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Funny Games (U.S.)

Il male

È un film che fa riflettere, “Funny Games”. Difficile parlare puramente su un piano critico, perché è un film che innesca la prospettiva del personale. Ed infatti, detto in tutta franchezza, non ho potuto fare a meno di ispezionare la mia vita, per trovare conferma che il male, sopito, è in tutti noi. Anche a me, convinto assertore della necessità di pace e autocontrollo, è capitato di cedere alle sue malie.
Ero in un locale. In una discoteca, per la precisione. Luci stroboscopiche e musica implacabile, sangue a oceani che mi scuoteva le arterie. E la rabbia di chi si sente rifiutato pronta a consumarmi, veloce.

Non so perché ho deciso di chiamare un mio ex compagno di scuola, con cui per giunta avevo rapporti piuttosto tesi, che era a bordo pista avvinghiato a una ragazza piuttosto avvenente, ma decisamente troppo discinta, provocante e civettuola per i miei gusti. Avevo una specie di nausea, ma ho stretto i denti in un ghigno, chiamandolo – “Michele!” – da lontano. Per poi farfugliare qualche parola incomprensibile, curvando semplicemente le labbra e tendendo la mandibola, in un moto d’aggressività. Un’esca. Sapevo che avrebbe abboccato: ho girato i tacchi e mi sono avviato a passo veloce verso un bagno di servizio. Mi ha seguito, sorpreso e baldanzoso. Chissà che cosa deve aver pensato, nel tempo rallentato dall’esasperata frenesia del beat musicale. La ragazza, precaria, tacchi troppo alti, l’ha seguito provando ad afferrarne la mano, scivolando indietro.
Tutto è successo rapidamente – così come, rapidamente, ho voluto dimenticarmene, perché quello, semplicemente, non sono io. Io continuo ad essere un bravo ragazzo.

Michele ha varcato la soglia. E non ha avuto modo di mettere a fuoco la luce bluastra dei neon, nel bagno, di identificare la figura allo specchio – lui, me? – o di stringere la mano della sua bella, al seguito, che strepitava qualcosa.
Avevo un bicchiere di whisky, in mano. Jack Daniels, perché ero giovane e l’etichetta mi faceva duro. Ho contratto il tricipite, teso i tendini dell’avambraccio. E gli ho scagliato un diretto in pieno volto, mirando sotto il naso, con il bicchiere stretto in pugno.
E ho fracassato il vetro contro il setto, sulla cartilagine, sentendo chiaramente le sue gengive, allo schiudersi delle labbra. Le schegge conficcate nella cute, nelle parti molli, sugli zigomi.
È caduto a terra: un mugolio soffocato, isterico e – che piacere! – implorante, tra le bolle di sangue caldo e carminio che già si affacciavano sul mento.

Mi sono rivolto alla ragazza, che scivolava al ralenti verso di me, volteggiando i palmi delle mani, scacciando l’aria, sfigurata in una maschera d’orrore improvviso. Freneticamente cercava di arretrare: l’ho agguantata per il collo, lei esile come una rondine, ossa e membra così leggere – dove vuoi volare, eh? – che mi sembrava di poterla mandare in pezzi con un soffio. Ho stretto la presa, l’ho piegata verso il ragazzo rantolante, le ho premuto il viso contro la gola, contro le clavicole madide e rosse di lui, e poi le ho dato un calcio sullo sterno, con tutto l’odio, con tutta la forza del beat. È scivolata sotto il lavandino, senza fiato.
E io ho indugiato soddisfatto, prima di colpire il mio ex compagno, furiosamente, là dove il vetro aveva lacerato la carne, allargando le sue ferite, godendo della sua impotenza, esultando con il cuore e lo stomaco che mi balzavano in gola, per la sua umiliazione.
Avrei voluto fustigarne il viso fino a fargli schizzare via gli occhi, fino a sentire le sue urla coprire la musica. Fino a fargli perdere coscienza. Ma io volevo sentirla, la sua coscienza, volevo il suo sguardo chiedermi perdono, mentre mi specchiavo, soddisfatto ed eccitato, e pensavo a Jack Torrance, quello di “Shining”, sì, Dio!, quanto gli somigliavo. “Here’s Johnny!”, bastardo, sono qui e tu sei alla mia mercé. Ho preso uno dei cocci sparsi sulle piastrelle e gliel’ho puntato su una palpebra, socchiusa e tumefatta.
“Tu non sai chi sono, tu non ti ricorderai di me, e questo mi ripaga di tutto ciò che sai”.
Il beat è salito, con la stessa rapidità con cui la mia ira si è spenta, lasciando il posto a una lucidità ottusa, ovattata, con la gente che scompariva, e il bagno di servizio che si allontanava. Michele non ha raccontato nulla. E non l’ho più rivisto.
Ecco, il male c’è dove non lo si attende, e voi l’avete sentito, l’avete toccato – inorriditi, presumo. “Funny Games” è stato un innesco, la rampa di lancio per un viaggio nell’io. Io, vedendolo, ho sentito quello che voi avete appena provato. Date il giusto ascolto alla stretta asfissiante che avete allo stomaco, immaginandovi il suo mugolio, la sua disperazione: io sono stato la sua tristezza. La vostra tristezza di spettatori impotenti, di fronte alla tragedia del male che non conosce espiazione, che non offre vie di fuga. Del male che a noi piace così.
Ineluttabile, disincarnato, alieno, spettacolare, autoptico.

Diego Pierini (10/10)
[PAGEBREAK]Lo sguardo

Un’operazione che ricorda, sotto alcuni aspetti, “Psycho” di Gus Van Sant: Michael Haneke, infatti, recupera il suo “Funny Games” del 1997 e ne gira una copia anastatica, mantenendo invariate scene, sequenza, inquadrature, ma sostituendo il cast con un manipolo di attori di primo piano. Il film, insomma, è esattamente lo stesso, ma (ri)costruito per incontrare la curiosità e il gusto del grande pubblico, specie quello americano, non sempre ricettivo nei confronti del cinema indipendente europeo. Il plot è abbastanza sintetico, teso e incisivo nella sua semplicità: una famiglia (padre, madre, figlioletto) viene segregata in casa da due giovani maniaci e sottoposta ad una serie di crudeli angherie, tra giochi sadici e insopportabili violenze. La promozione tira in ballo “Arancia Meccanica”, ed in effetti Kubrick deve aver giocato un ruolo primario nell’elaborazione di questo urticante viaggio nelle radici insensate e atroci della violenza, specie perché sul piano della costruzione spaziale il film richiama in certi frangenti anche “Shining”, in un vortice di claustrofobia e straniante impotenza. La chiave di volta, di fatto, è l’intenzione metacinematografica, anzi: metamediatica. Perché attraverso geniali rotture della finzione scenica (sguardi in macchina, improvvise manipolazioni del flusso d’immagini), Haneke offre agli spettatori uno specchio di cruda onestà sulle loro stesse pulsioni voyeuristiche, sulla loro malsana abitudine all’orrore, al dolore. E sconfigge l’assuefazione, parlandocene, con un controllo della tensione degno del miglior Wes Craven ed una cifra artistica che assorbe tanto il cinema nord-europeo quanto gli sperimentalismi della musica di ricerca (non è un caso l’accostamento tra musica classica e il noise-jazz di John Zorn), per cercare di rovesciare il nostro rapporto con la rappresentazione del male, prendendo a ceffoni la nostra empatia fiaccata da anni di action-movies, di astrazione della violenza, di supereroi e armi letali. Va sottolineato peraltro lo stile registico di classe, la costruzione delle inquadrature, la brillante gestione del fuori campo, con una violenza che non si fa mai oggetto di indugio, di compiacimento, ma si percepisce concretamente, palpabile e nauseante. E il film, come sostiene Haneke, rende partecipe lo spettatore ma non lo consola per la sua posizione. Anzi: lo rimprovera.

Certo, visto il film originale, questa edizione americana (coproduzione GB-Francia-Italia, interpreti sparsi tra Australia, Regno Unito e States) perde leggermente di interesse, ma resta comunque pregevole ed interessante, grazie anche alle incisive interpretazioni di un Tim Roth fuori dal suo registro classico, fragile e afflitto, di un Michael Pitt malevolo e viscidamente doppio, e soprattutto di una Naomi Watts fiera, vulnerabile e disperatamente intrigante. Presumibilmente “Funny Games” scatenerà polemiche, ora che gli sarà concessa la ribalta internazionale, perché d’altra parte il messaggio arriva con l’inganno, con l’esca maligna della tensione, dello spettacolo, della violenza. Ma rimane chiaro, e fondamentale, l’intento di Haneke: cercare di “mostrare la violenza per come essa è davvero: una cosa difficile da mandar giù”.
“Funny Games” è un’occasione immancabile per riscoprirlo.

Diego Pierini (7/10)

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