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Un melodramma salentino

Vero o falso? Bene o male? Una cosa o il suo contrario? Tutto si gioca su questi ancestrali binomi all’interno di “Galantuomini”, ultima pellicola del regista salentino Edoardo Winspeare, cantore per eccellenza della cultura e del folklore della sua terra d’origine. Un gioco che comincia già con il titolo. Pochi i galantuomini rimasti, tanti gli uomini e spesso inutili, soprattutto quando al centro dei sentimenti e delle vicende c’è una donna come Lucia, interpretata da una intensissima Donatella Finocchiario.

Il film si apre, nel Salento degli anni Sessanta, con un lungo flashback che ha come protagonisti una bambina e due suoi coetanei, alle prese con le prime curiosità verso l’altro sesso. Ignazio, Lucia e Fabio ricompaiono, poi, già adulti, quando ormai – nel più banale ma vero cliché della letteratura e del cinema – l’eden dell’infanzia è definitivamente tramontato. Ignazio è un colto magistrato appena rientrato da Milano. Lucia la vediamo in Montenegro a vendere armi ai guerriglieri e mentre crea, sotto il controllo di un boss, i primi nuclei della Sacra Corona Unita. Fabio è invece un tossicodipendente che, a pochi minuti dall’inizio, muore per overdose. Un’ulteriore conferma, per Ignazio, che il suo passato può essere considerato davvero solo un ricordo, ma anche che il Salento della sua infanzia, delle marachelle e del lavoro nei campi, si è trasformato in una terra fertile invece per le organizzazioni criminali.
È su questo scenario che prende corpo la storia d’amore tra Ignazio e Lucia, rapporto ovviamente impossibile. All’uomo viene infatti affidato il caso della morte di Fabio, e le scoperte che farà sul conto della donna lo porranno di fronte al bivio: sentimento o legalità? Bene o male?

Personaggio complesso e affascinante, Lucia è sicuramente la protagonista assoluta della pellicola. È attorno a lei, infatti, che si snodano gli interrogativi e i destini dei cosiddetti galantuomini, ma anche di coloro che galantuomini non sono proprio, come Infantino, bulletto da bar perfettamente a suo agio nelle fattezze di Giuseppe Fiorello. I contrasti che fanno da Atlante all’impalcatura dell’opera di Winspeare trovano in lei la più riuscita incarnazione. Lucia non può che vivere con dolore il contrasto tra il suo essere madre e il suo essere cresciuta in un universo maschile, alla ricerca del denaro e della potenza. Il finale aperto, inoltre, non risolve questo continuo bivio interiore, lasciando il personaggio in balia dei paradossi e delle crudeltà del Salento contemporaneo.

Lucia a parte, l’opera di Winspeare non presenta altri picchi di qualità. Le controparti maschili, purtroppo, impallidiscono al confronto di Donatella Finocchiaro, e anche un certo insistere del regista su momenti di vita quotidiana, seppure abbia lo scopo di presentare il lato più intimo dei personaggi, finisce con il far scivolare il film verso livelli più consoni a una fiction televisiva. Pensiamo, per esempio, alla poco felice sequenza all’interno del locale notturno dove Ignazio si è attardato a bere qualcosa e Lucia sta festeggiando l’addio al celibato di una cugina.
Quando, insomma, il melodramma – che è lo scheletro del film – esce dai confini dell’attualità, ecco che non manca qualche sbavatura. È anche vero, però, che è proprio il melodramma a rendere speciale questo film, permettendogli di emergere dalla schiuma della mera attualità. Essere un po’ kitsch, anche in mezzo alla violenza più inaudita, può essere ancora possibile.

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