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  • Giù Al Nord

    Diretto da Alfieri Canavero, Giovanni Canavero, Gianni Dolino, Isacco Nahoum

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Si ride (ma non fino alle lacrime)

Dany Boon è un personaggio molto popolare in Francia. Attore comico sul palcoscenico e poi al cinema, è diventato famoso soprattutto grazie alla televisione, che trasmette da sempre i suoi one-man show. Il suo cavallo di battaglia è la parodia dell’uomo del nord, che il francese medio vede come ubriacone e zotico, isolato com’è in una regione, quella del Pas de Calais, fredda, inospitale, e piena solo di villaggi di minatori.

Si spiega forse così l’incredibile successo ottenuto nella passata stagione da “Giù al Nord” (“Bienvenue Chez Les Ch’tis”), secondo film da regista per Boon, che ha anche scritto e interpretato. Record nazionale di tutti i tempi al box office francese, e applausi e risate a scroscio in sala garantiti dai giornali d’oltralpe.

La storia tragicomica del direttore delle poste che dal dolce clima mediterraneo di una ridente cittadina della Provenza viene trasferito nella regione più a nord della Francia, con tutti i disagi annessi e connessi, ha fatto breccia nel cuore di un popolo che quanto a campanilismo non ha nulla da invidiare a noi cugini italiani.

Boon prende di mira i pregiudizi e i cliché accumulati negli anni nei confronti di una regione che, al contrario di quanto pensa la maggior parte dei francesi, è abitata da gente ospitale, che sa godere dei semplici piaceri della vita.

La commedia è gradevole, con momenti di autentica comicità (anche se nella seconda parte vira un po’ troppo al buonismo). Le gag sanno citare la migliore commedia francese, da Jaques Tati a Francis Veber.

Possiamo anche credere che in Francia si ride fino alle lacrime, come recita la scritta a caratteri cubitali che riporta il giudizio di “Le Monde” sulla locandina. Ma le aspettative del pubblico italiano non possono essere soddisfatte in pari misura, visto che nel passaggio dal francese ad altra lingua viene meno proprio il fattore scatenante di tanta comicità: lo sconcerto del povero francese medio a contatto con l’incomprensibile parlata Ch’tis, bizzarra e un po’ ridicola, che tanto storpia il francese da diventare una lingua a sé.

Nella versione italiana si è cercato (e in modo davvero ammirabile, vista la difficoltà del compito) di tradurre e riprodurre alla meglio quelle parole e quei suoni così buffi, che però, dopo le prime scene degli equivoci, cominciamo ben presto a percepire per quello che sono, una convenzione. E non ci troviamo più così tanto da ridere, ma ci mettiamo a pensare che forse potevamo divertirci di più, se solo fossimo stati francesi in una sala francese.

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