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La Resistenza Messicana

“Giù La Testa” è l’opera meno fortunata di Leone, ma anche una delle più personali, riflessione sugli ideali perduti, sull’amicizia, sulla disillusione politica, in cui la rivoluzione messicana è lo specchio su cui riflettere i fantasmi della storia italiana durante il fascismo e la Resistenza. Operazione che trova nel cinema del nostro terreno fecondo, da sempre luogo spiritico, evocazione di fantasmi reali, storici o artistici.

Il cambio di registro è subito avvertibile: il film, a rigore, non è neanche un western. Lo scenario iniziale, che molto deve all’immaginario western, viene ben presto abbandonato, a cominciare dall’arrivo di Sean a cavallo di una motocicletta. Il motore, il ferro, il fumo, come la ferrovia segnano la fine dell’epoca mitica. Non a caso lo spartiacque di questi due mondi sarà rappresentato, come in “C’era una volta il West”, dall’apparire dei binari. Sarà lì che le strade di Juan e Sean si uniranno e lasceranno e riuniranno a cavallo del ferro della modernità. L’arrivo infatti è in una città moderna, in un Messico sconvolto dalla rivoluzione, terrorizzato da un ufficiale, Günther Reza, che nell’aspetto richiama subito lo spettro del nazismo.

Nazismo e ferrovia si fondono e diventano un unico spettro. A metà del film Leone con un magnifico dolly che sale lungo la fiancata del treno per poi scavalcarlo e scendere dall’altro lato unisce il senso mortuario (per il West) da sempre associato nel suo cinema al “cavallo di ferro” con l’evocazione delle deportazioni degli ebrei, cui affianca poco dopo le fucilazioni sommarie e i seppellimenti comuni e ritmo frenetico, filmati con chirurgico distacco in campo medio e lungo e per questo anche più spaventosi. Impossibile, per lo spettatore, non leggere in quei massacri il ricordo doloroso della Fosse Ardeatine, come successivamente nella fuga del governatore, quella di Mussolini.

Jaime troverà rifugio nello stesso vagone di Juan, che lo accuserà – seppure indirettamente – delle stragi in cui ha perso tutti i suoi figli: Storia e storia privata collidono, quando la volontà soggettiva ed egoistica di Juan entra in conflitto e decide di agire uccidendo un “nemico del popolo”. Sebbene sia un gesto di vendetta privata, poco dopo sarà accolto come un eroe, a cui reagirà come ogni altro personaggio leoniano: «Cosa me ne frega a me di essere un eroe? Io voglio i soldi!».

Eppure anche il suo attaccamento al materiale andrà in crisi nel corso della vicenda. Juan è costretto a diventare consapevole del male comune, nel modo più doloroso possibile: perdendo i suoi figli, quei figli che non aveva mai contato, di cui conterà invece i cadaveri. Nel numero, nella conoscenza c’è la morte, la consapevolezza genera la tragedia. Gli ideali saranno rinnegati, resterà saldo solo quello dell’amicizia, anch’essa però destinata a finire tragicamente. Nel finale del film Juan è davvero solo e spaesato e non può che soffiare appena dalle labbra: «E adesso, io?».

L’io consapevole è solo. Gli ideali sono andati in fumo. “Giù La Testa” non è un film politico ma film sulla disillusione, sulla fine degli ideali, dell’amicizia, è un film sulla crisi personale non di partito. In questo senso ottimo anticipatore di tutti i temi di “C’Era Una Volta In America” (il flashback di Sean racchiude in nuce le vicende “sentimentali” del film successivo).

OneLouder

Certo, lo spettatore potrà rispondere con una lieve irritazione nei confronti del regista: aridatece er western coi pistoleri che fanno i buffoni! E invece qui avrete solo un peone spiantato e un ex combattente dell’Ira deluso e amareggiato, che non crede più nella rivolta ma solo nella dinamite. Che messa così sembra proprio la vigilia di due ore di interminabile supplizio. E invece no: abbiate un po’ di pazienza e Leone vi soddisferà comunque. Commuovendovi anche. Perché poi bisogna anche crescere, eh, pure al cinema!

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