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Cinema e psicanalisi

Nel precedente “8 e Mezzo” la sincerità spudorata del regista rendeva labilissimo il confine tra immaginazione e realtà, autoanalisi in forma fantastica e ispirazione modernissima ed esistenziale; in “Giulietta Degli Spiriti”, invece, ci troviamo di fronte ad una seduta psicanalitica condotta con rigore scientifico, in maniera cerebrale e calcolata anche se barocca, ridondante, improntata all’eccesso del grottesco e del pittoresco. Dialoghi raffinatissimi e non molto più utili del “mi fanno male i capelli” di Monica Vitti nel “Deserto Rosso” di Antonioni. Se già in “8 e Mezzo” le parti relativamente meno interessanti sono i dialoghi con la moglie e i monologhi interiori, al posto dei quali, come sostiene Mario Soldati, sarebbe stato poeticamente prorompente introdurre il nonsense, un linguaggio incomprensibile, ecco, se già in un capolavoro assoluto è possibile ravvisare spie di psicologismo, volto a spiegare ciò che è già espresso con straordinaria intensità poetica e visionaria dalle immagini, possiamo sospettare che il successivo “Giulietta Degli Spiriti” sia un film volutamente difficile, costruito dal di fuori, e quindi poco sincero. E in fondo anche poco difficile, proprio perché non lascia spazio alle ambiguità poetiche che rimangono insolute nell’osmosi tra il conscio e l’inconscio di un creativo. Giulietta è una ricca borghese cattolica che non riesce ad avere un rapporto sereno con la sua immagine di donna, capace di sprigionare eros. Quando finalmente si libera dell’immagine che la vede legata dalle suore su una graticola in una recita scolastica, la rimozione è venuta a galla. Dal punto di vista stilistico infine, Fellini sembra tutto sommato sovrastato dalla carnevalesca pazzia delle invenzioni figurative, nonostante l’intento critico e demistificatorio.

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