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Ci sono due film in “Unforgiven” (molto più incisivo il titolo originale rispetto all’italiano “Gli Spietati”), cupo western con cui Clint Eastwood, regista e attore, conquista nel ’92 ben quattro Oscar: uno è la storia raccontata, di Will Munny e dei suoi compari Ned Logan (amico di vecchia data) e Schofield Kid (giovinetto inesperto che si presenta a chiedere l’aiuto di Munny), vendicatori per denaro di una prostituta sfregiata; l’altro è la storia taciuta, solo suggerita da un prologo e da un epilogo testuali che, attraverso scarni versi, tratteggiano con pudico lirismo dal sapore antico l’amore nato tra il criminale Munny e la giovane Claudia Feathers. Un amore salvifico e misterioso, che non è nel film ma di fatto ne costruisce l’ossatura emotiva e la irrora di una tenerezza che appare quasi fuori posto in una pellicola del genere.

Si potrebbe parlare di “Unforgiven” prendendo in considerazione solo ciò che non c’è, come appunto Claudia (che appare solo di sfuggita in una vecchia foto) perché Eastwood dimostra, con la consueta pulizia di sguardo e un’impressionante, struggente sensibilità, che si può mettere in scena l’amore e le sue conseguenze senza raccontarlo direttamente, senza nemmeno mostrarlo, ma solo lasciandolo intuire, nelle azioni, nelle parole e negli occhi del suo Will.

Se però il film stupisce ed emoziona per ciò che nasconde, è altrettanto vero che sa sconvolgere e toccare lo spettatore anche attraverso ciò che invece il racconto affronta apertamente, con una semplicità limpida e terribile: la morte, innanzitutto, continuamente evocata, inflitta, vissuta, temuta; la morte come fatto fisico, devastante, squallido, triste, spaventosamente carnale. Ma anche la vita, e il suo misterioso valore, e ancora la tragedia umana della violenza e gli altrettanto umani difetti e debolezze che affliggono i protagonisti (Kid ha la vista traballante e Will, non più giovane, ha persino difficoltà nello sparare e nel montare a cavallo). E poi ancora la paura, l’affetto e l’amicizia, l’incapacità di definire la propria identità, l’insensatezza dell’agire e l’impossibilità di riconoscere e perseguire la vera giustizia e il vero bene.

Eastwood prende di petto temi ampiamente sfruttati dal cinema precedente, proprio e altrui, soprattutto in ambito western; ciò che rende il suo stile di messa in scena efficace e non retorico è la mancanza di enfasi ed un approccio nei confronti del linguaggio cinematografico classico non acritico né reverenziale ma bensì di quieta fiducia: è quello il linguaggio che conosce e che vuole usare, in modo estremamente concreto e preciso, per narrare prima di tutto il dolore, e più in generale il negativo e l’imperfezione con cui gli esseri umani di ogni epoca e luogo devono imparare a relazionarsi.

Clint dedica il film a Sergio (Leone) e Don (Siegel): l’allievo ha superato i maestri? Forse. O forse no. Ma non è questo il punto. Quella dell’ex “uomo senza nome” non è una gara di abilità, né il mero tentativo di rinnovare in chiave decadente il genere western.

C’è tanto in “Unforgiven”, tra detto e non detto. C’è tanto, c’è quasi tutto. Tutto quanto si può fare e pensare e sentire in una vita, plasmato attraverso una materia cinematografica fulgente, violenta, crudele e malinconica, ma anche poetica e dolcissima. Eastwood vuole fare un western e finisce col creare una tragedia d’amore e solitudine: il risultato è una pellicola talmente gonfia di emozioni da risultare quasi insopportabile. “Unforgiven” è un film (di genere o no, poco importa) così bello da far star male.

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