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Tra catastrofismo e pensiero ecologista

Godzilla è il mostro per eccellenza. Gigantesco, senza anima, distruttivo all’inverosimile. Ha una longevità incredibile e fortunata, nato nel 1954 dalla mente di un produttore giapponese, Tomoyuchi Tanaka, e indicato con una parola, Gojira, un misto fra Gorilla e Balena. Nel corso degli anni è diventato un vero e proprio simbolo e, come è capitato per il cuginetto peloso King Kong, non stupisce che molti negli utlimi decenni abbiano tentato di cavalcarne la fama girando film più o meno riusciti. Il “Godzilla” di Emmerich è una via di mezzo fra i vari tentativi: una storia ridotta al minimo, con colpi di scena che si susseguono uno dopo l’altro (il mostro non può mica morire subito?) e che lasciano aperto ogni tentativo di spiegazione. Poderosi gli effetti speciali, necessari per reggere la trama catastrofista, con quel mostro che si aggira per ambienti scuri e piovigginosi con l’unico scopo di divertire lo spettatore distruggendo tutto, quasi fosse un bambino alle prese con i propri Lego. La vicenda è comunque fantastica e facilmente riassumibile: un’ alleanza improbabile tra francesi (rei del disastro atomico che generò Godzilla) e americani deve far fronte al mostro che si aggira come un tifone per le strade di Manhattan distruggendo tutto ciò che gli capita a tiro. Un ciclone. Forse sta qui il nocciolo del film. Non sembra proprio che Godzilla abbia parvenze sensibili, sembra più un disastro della natura che non un mostro in carne, ossa, cattiveria e spirito di vendetta. Probabilmente Emmerich cerca di dire altro al proprio pubblico, e per farlo si diverte evocando i mostri della propria infanzia. “Godzilla” ci parla degli uomini. Se teniamo fede all’equazione Godzilla=Cataclisma il film narra la storia dell’umanità contro gli eventi naturali che l’attanagliano. Ma se il disastro naturale è stato provocato dall’incapacità umana di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, allora il tutto non è altro che la lotta dell’uomo contro l’uomo.

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