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Facciamo tutti parte del sistema

Dopo circa due anni il romanzo di non fiction di Roberto Saviano, schiacciante spaccato della malavita campana, si racconta sul grande schermo grazie al lavoro attento e coraggioso di Matteo Garrone, che imprime sulla pellicola cinque storie annodate nel nome della camorra.
Sintomatico marciume in cui versano le piccole realtà di quartiere dove prendono vita ombre umane di martiri ed oppressi, ma anche artefici della criminalità organizzata che aggioga chiunque: adulti, bambini e donne, madri di famiglia che oltre a dover patire e soffrire la mancanza di mariti fantasma, ormai padroni di carceri, si trovano a dover combattere con il futuro incerto dei propri figli nel disperato tentativo di strapparli all’orrore della loro sventurata esistenza. Presto o tardi diventeranno esperti di traffici illeciti e danaro facile: il miglior modo di vivere che è stato insegnato loro.
È la lotta per la sopravvivenza, che si snoda tra diverse zone di quartiere contese da clan contrastanti.

Questa l’impietosa fotografia della realtà camorristica italiana: da un Toni Servillo dall’aria sfrontata e decisa impegnato nello smaltimento di rifiuti tossici, a Pasquale, guru della sartoria che tesse nell’oscurità dei bassifondi napoletani intere collezioni di abiti etichettati poi da griffe di noti stilisti che vestiranno star Hollywoodiane, fino a un tredicenne di Scampia, – potenziale bravo ragazzo – che finisce nella trappola della malavita per puerile spirito di emulazione, ancora incapace di avere una percezione concreta e veridica del bene e del male.
Tutti, indistintamente, vittime della Camorra che avvinghia a sé ogni frangia della società.

Le scelte di regia sono pregevoli: continui primi piani, immagini sgranate che danno un’immediata sensazione di vivida realtà, l’uso del dialetto e delle musiche popolari a ricostruire l’ambientazione dei ghetti popolari.
La narrazione, tuttavia, scorre lenta, tradita della volontà di raccontare forse troppe storie, incorrendo nel rischio di lasciare qualcosa in sospeso in modo debole, incompleto e disarmonico.

“Gomorra” è uno spaccato crudo, sconvolgente, angosciante, una cappa che avviluppa lo spirito e stringe il cuore.
Uno sguardo sfuggente ed incuriosito si posa sullo schermo e subito vien voglia di scostarlo, condurlo altrove perché troppo scomodo per gente che non vi si riconosce, in cerca di un salvifico sospiro di sollievo. Perché noi, gente per bene, siamo comunque vittime e colpevoli più o meno consapevoli del sistema. Tutti ne facciamo parte, che ci piaccia oppure no.

E qui subentra, al di là della qualità strettamente cinematografica, l‘importanza di un flim come “Gomorra”. Un film che ci porta nella culla delle angherie, tra cunicoli angusti ed oscuri pervasi dall’odore forte ed ispido del fango, nel rumore dei passi lesti e decisi che tradiscono continuamente il terrore di essere nel mirino, respiri ansanti che culminano in urla di dolore e disperazione. Un film che ci mostra lo scoramento. Che fa toccare il marciume. Soldi che sono ancora pregni dell’odore nauseabondo e rivoltante del sangue, in un mondo fatto di sopraffazione e continui, sporchi, compromessi con la regola secondo cui chi preme il grilletto per primo può vincere il pericolo di scoprire d’esser figlio della morte.
E, benché largamente imperfetto, frammentario e a volte non compiuto, “Gomorra” può essere il primo, piccolissimo passo per dire no, noi gente per bene, a questi ignobili compromessi.

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