Home > Recensioni > Good Morning Aman

La consapevolezza della sconfitta

Aman è somalo, Teodoro italiano. Aman è un lavamacchine, Teodoro (Valerio Mastandrea) un pugile fuori forma. Entrambi cercano qualcosa: Aman i soldi, Teodoro un buon motivo per continuare a campare. S’incontrano sul terrazzo di una palazzina, Aman non riesce a dormire, Teodoro sta per buttarsi giù. Inizia qualcosa, un’amicizia che sa di baratto, soldi in cambio di comprensione. Aman lascia il lavoro, ha molte ambizioni ma poca fortuna, Teodoro esce di casa dopo tre anni, cerca di recuperare ma non è facile: la moglie non lo vuole vedere, i vecchi amici lo irritano. Teodoro diventa violento: s’azzuffa con i compagni, poi torna a casa e distrugge tutto, prende un vetro rotto e si ferisce il ventre. È una bestia scatenata, senza nulla da perdere, un Mastandrea perfetto, assolutamente credibile. Aman colleziona sconfitte: l’amore, il lavoro, l’amicizia, nulla sembra andargli bene. Vede una ragazza per strada, gli piace e la segue: parlano, fumano, mangiano insieme, ma non riescono a conoscersi veramente, sembrano incontri casuali più che appuntamenti. Aman è alla ricerca del riscatto: vuole vendere macchine, vuole una ragazza italiana, si compra un bel vestito. Vuole diventare ricco e famoso come un suo fantomatico fratello in vetta alle classifiche rap canadesi. Tanti e belli i primi piani, stupenda, in colonna sonora, Between the bars di Elliott Smith. La musica segue l’immagine, dura quanto un pensiero e viene tagliata, di netto, insieme all’inquadratura. Un film sulla disperazione, sull’amicizia e sull’amore: poco spazio per il moralismo, molto per la consapevolezza. La storia di due vite che non migliorano incontrandosi, l’eccezione al più classico schema narrativo, la vita vera.

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