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Amore e solitudine

Dopo “Complici Del Silenzio”, melodramma in terra argentina, Stefano Incerti, regista napoletano, torna nella sua città con una produzione tutta partenopea – i Teatri Uniti di Angelo Curti con Andrea Occhipinti – e un grande attore e intellettuale, Toni Servillo, che non sbaglia un film. Gorbaciof è un contabile del carcere di Poggioreale, un personaggio piuttosto squallido. La sua vita è scandita con precisione svizzera dal fruscio delle banconote che conta ogni sera e dalle bische clandestine nel retro di un ristorante cinese. Non un affetto, solo una sconfinata solitudine. Poi, all’improvviso, l’amore arriva e scuote la sua miseria esistenziale. Ne pagherà le conseguenze, tragicamente. Vi ricorda qualcosa? La trama, ridotta all’osso, si rifà chiaramente alle “Conseguenze Dell’amore” di Paolo Sorrentino. Un uomo, in quel caso un esponente dell’alta finanza, in questo un semplice contabile, la cui vita è scandita da precisi rituali che danno un ordine rassicurante alla propria infelicità, va contro il sistema in cui è imprigionato, per amore. Ma fallisce. Differenza: la morte di Titta Di Girolamo è consapevole e dignitosa, quella di Gorbaciof è proprio una morte scema, bassa come l’ambiente cui appartiene.

OneLouder

Ci sono varie cose che non quadrano in questo film. Prima di tutto il sentimentalismo di fondo, il lirismo che è sempre sul filo del patetico. Esempio lampante, la scena di Gorbaciof e della ragazza cinese, di cui è innamorato, che corrono felici come bimbi su un carrello in un aeroporto deserto: un topos cinematografico abbastanza trito. Poi lo stile di ripresa. All’inizio affascina: macchina a mano a precedere o seguire il protagonista. Una scelta di stile, uno stile scabro, che finisce per essere ridondante.
Lo stile è quasi tutto in un film. Probabilmente in sede di sceneggiatura Gorbaciof e la protagonista femminile sono degli splendidi personaggi, e l’interpretazione di Servillo, che ne fa una sorta di robot che si muove a scatti, mantiene alta l’attenzione. Ma la tensione narrativa non regge.

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