Home > Recensioni > Halloween: The Beginning
  • Halloween: The Beginning

    Diretto da Rob Zombie

    Data di uscita: 04-01-2008

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Correlati

Anche gli Zombie giocano con le zucche

Rob Zombie resuscita (perdonateci la battuta scontata ma inevitabile) dopo due anni, con un film che vorrebbe porsi sul fortunato sentiero tracciato con “La Casa Dei 1000 Corpi” e “La Casa Del Diavolo”. Questa volta, l’ex leader della band metal americana dei White Zombie trasferisce la sua carovana di metallari cinematografici nella cittadina di Haddonfield, per un remake “a modo suo” del classico del 1978 di John Carpenter: “Halloween: La Notte Delle Streghe”.
“Halloween: The Beginning” non è però l’ennesimo sequel del classico di Carpenter, ma una via di mezzo tra un prequel, che occupa circa il primo terzo delle due ore della pellicola, e un rifacimento, quasi una fotocopia in realtà, dell’originale.
L’ intenzione primaria di Zombie è dichiaratamente quella di rendere più complessa la figura di Michael Myers costruendogli un passato, dandogli un movente, sviluppando un profilo. Le buone intenzioni naufragano però tra le pagine di una sceneggiatura ridicola, sia nell’azione che nei dialoghi.
Il prequel, inventato interamente da Zombie, piuttosto che arricchire il personaggio di Michael, ne mina la credibilità, immergendolo nella solita trita situazione sfigata da provincia americana degradata: madre prostituta ma amorevole, patrigno alcolista e menefreghista, sorella ugualmente menefreghista, compagni di scuola prepotenti e violenti, professori incapaci e scaricabarile. Michael, forza cieca di distruzione nella pellicola del 1978, più vicino alla lucida purezza del male in sé che ad un’umana follia, soffre, nel film di Rob Zombie, le conseguenze di una caratterizzazione paradossale: il prequel, lo colloca tra gli umani, tra i reietti, pazzo ma pur sempre uomo, mentre nella seconda parte sembra un demonio uscito dall’inferno (lo interpreta Tyler Mane, un wrestler alto oltre due metri) indistruttibile e dalla forza sovrumana.
Anche la figura dello psicologo, il dottor Loomis, interpretato da un dimenticabile Malcolm McDowell, viene infiacchita. In Loomis vengono fatte coesistere due tendenze che si indeboliscono a vicenda: l’una (sulla scorta dell’originale) che considera Michael il male personificato e che eleva lo scontro a toni epici, quasi apocalittici, mentre l’altra che lo vede quasi come un amico da salvare, abominevole certo, ma pur sempre una vittima. Così, Micheal e Loomis, poli fondamentali della narrazione, perdono la loro potenza, la loro carica, ridotti ad essere “né carne né pesce”.
In conclusione, sebbene dal punto di vista tecnico, il film confermi la costante crescita di Rob Zombie, a parte il fastidioso vizio di sbatacchiare qua e là la camera a mano appena l’azione si fa concitata, l’eccessiva ingenuità della sceneggiatura e la mancanza di momenti di vera suspance, sostituiti dal facile ricorso a trucchetti sonori e ad una sanguinolenta violenza poco fantasiosa, fanno rimpiangere la pellicola di Carpenter, sicuramente un po’ datata, ma decisamente più espressiva.
Con gli zoticoni se l’era cavata decisamente meglio.

Scroll To Top