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Non un altro stupido supereroe americano

Hancock è un supereroe, con tutti i crismi: vola, è invulnerabile ai proiettili, immensamente forte e probabilmente immortale. Ma è anche un bastardo, un ubriacone e un maleducato. I danni collaterali provocati dalle sue imprese superano nettamente i benefici, e l’impressione è che John Hancock faccia quel che fa senza chiedersi realmente il perché. Da un grande potere derivano forse grandi responsabilità, ma da grandi sbronze deriva solo che la gente ti consideri un grande stronzo.

Questi sono i presupposti su cui Peter Berg costruisce il suo atipico film di supereroi. Un Will Smith mai così marcio e puzzolente imbastisce un teatrino dell’assurdo in cui, per catturare un paio di malviventi, fa saltare in aria tre macchine della polizia, e per fermare un treno in corsa provoca un enorme ingorgo stradale. Teatrino che rallenta la sua corsa quando Hancock salva la vita a Ray Embrey, consulente d’immagine dal cuore d’oro che trascina la sua idilliaca quanto mediocre esistenza in compagnia della moglie Mary e del figlio Aaron. Ray propone a Hancock una ripulita d’immagine, per renderlo davvero il supereroe di cui Los Angeles ha bisogno, e tutto sembra funzionare alla perfezione, tra sequenze di comicità boccaccesca e qualche fugace introspezione nel passato che Hancock ha dimenticato. Finché il “nuovo” supereroe scopre qualcosa…

… che non tocca a noi svelarvi. “Hancock” è un film a due facce: patinata, chiassosa e da videoclip la prima, più cupa (ma anche più citazionista) e profonda la seconda. I supereroi sono sempre serviti alla letteratura e al cinema come spunto per parlare dell’essere umano, e “Hancock” non fallisce nell’intento. Niente doveri sociali, niente grandi responsabilità, niente morale tagliata con l’accetta, solo la storia di un uomo abbandonato dal suo passato e, quindi, necessariamente senza futuro. “Hancock” racconta la storia di uno stronzo apparentemente senza scrupoli, ma dietro la facciata di blockbuster tutto effetti speciali si nascondono strati su strati di spunti di riflessione. Come fare a reinventare sé stessi se non si sa da dove si proviene? Conta di più il fare le cose o il modo in cui le si fa? John Hancock è un uomo solo, ma è soprattutto un uomo, e per questo è facile amarlo anche se è un puzzolente bastardo.

Il tutto sintetizzato perfettamente nei canonici 90 minuti da filmone d’azione, che Berg divide perfettamente tra colpi al cerchio (azione, esplosioni, botte, superpoteri, citazioni, risate) e alla botte (sentimenti, pensieri profondi, domande). Qualche riserva si può esprimere sulla regia, soprattutto durante i dialoghi e le scene non d’azione: in questi momenti Berg indulge troppo su riprese da telefilm, con inquadrature veloci e nervose, più adatte ai dialoghi fulminanti di un qualsiasi serial dei giorni nostri che al grande schermo. Perfetti invece tutti gli interpreti: Will Smith domina la scena e Jason Bateman è la sua spalla ideale; anche Charlize Theron, all’inizio apparentemente la più fuori luogo, si rivela in tutto il suo splendore col procedere del film.

Tirando le somme, “Hancock” non è un altro stupido supereroe americano. Tutto il contrario: è la dimostrazione (insieme all’ultimo, strepitoso “Batman” di Nolan) che si possono fare film con botte ed esplosioni e gente che vola senza perdere di vista la loro – e la nostra – umanità. Chi l’avrebbe mai detto che un film di supereroi senza villains avrebbe potuto funzionare?

Ah, avevamo già scritto che “Hancock” fa molto, molto ridere?

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