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Cresci bene che loro, sicuro, ripassano

Hanna ha quindici anni, ma non si fa le foto dall’alto con le reflex, perché Hanna vive nei boschi della Finlandia, mangia cervi e ha i riflessi e la combattività di un soldato. È cresciuta con suo padre, un ex agente della CIA con la faccia di Eric Bana. Un giorno suo padre le dice: «Puoi premere questo pulsante e andare a esplorare il mondo, ma occhio, nel momento in cui lo premi, il caschetto di Cate Blanchett ti darà la caccia, e non si fermerà finché non sarai morta». Grazie papà, per il compleanno ti avevo chiesto un pony.

“Hanna” dovrebbe essere la consacrazione dell’estremamente giovane Saoirse Ronan, nonché il film in cui lei ha le sopracciglia scolorite come Lim Su-jeong in “I’m A Cyborg But That’s Ok”.
Dal regista di “Orgoglio E Pregiudizio”, “Espiazione” e quell’aberrazione che era “Il Solista”, finalmente un film con le botte.

OneLouder

Non è che Joe Wright non sappia girare i film d’azione: è talmente magistrale nella tecnica da risultare addirittura piacione. Il montaggio è matematico, asciutto, incalzante. Le musiche si adattano alla perfezione. Quello che dagli snob verrà chiamato “il pianosequenza della metro” è una delle scene dell’anno. C’è, inoltre, un inseguimento tra container che – se dovessimo stilare una classifica di scene in cui si spacca tutto tra i container – a livello estetico riempie decisamente gli occhi più di quello di “A-Team”.
Il problema principale è che quando “Hanna” si satura di simbolismo, ieraticità e “fiabesco” perde di vista il suo scopo principale, ovvero quello di essere un ottimo film d’azione. E qualcuno, in sala, ridacchia.

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