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Il grande ritorno del Capitano a Venezia 70

Uno dei momenti “cult” della 70esima edizione della Mostra di Venezia è stato sicuramente l’arrivo al Lido di Leiji Matsumoto, il creatore del manga dedicato a “Capitan Harlock“, abbigliato come il vecchietto padrone di Gizmo nei due “Gremlins” di Joe Dante. È arrivato a fare da nume tutelare ad una produzione in cui lui non c’entra praticamente nulla, ma che è in pratica un “reboot” del suo eroe, cosa che dovrebbe essere la semisorpresa finale ma che si capisce, fidatevi, dalle prime inquadrature.

Il film riveste di texture con la “motion capture” veri attori in carne e ossa, nello stile portato al successo da Zemeckis e Spielberg, e si avvale di un 3D finalmente degno di questo nome, con interessanti effetti stereoscopici. Sul piano dell’originalità del racconto e del comparto scenografico, invece, non ci siamo proprio. Ci troviamo, in pratica, davanti ad una nuova versione di “Star Wars” e “Final Fantasy” uno dentro l’altro, prendendo dal primo le situazioni e i personaggi, dal secondo le ambientazioni e Gaia.

Capitan Harlock è il vero grande assente, limitandosi a comparsate di effetto ma ricordando l’ultimo Batman di Nolan come personaggio da titolo con il minutaggio ridotto al minimo sindacale.

Un film d’animazione che si ha l’impressione di aver già visto molte altre volte, ma che comunque si lascia guardare. Il problema più grosso sono le oltre due ore di durata, decisamente troppe per come è impostata la storia.

Gli ultimi venti minuti, poi, sono davvero insensati, non si capisce nulla di quello che succede, né le motivazioni, né le dinamiche.

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Contro

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