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I dolori di un giovane demone

Come nella migliore tradizione dei supereroi, grandi poteri comportano grandi responsabilità e, soprattutto, grandi problemi.
Nello specifico, il problema principale di Hellboy è quello di passare inosservato, visto che non è uno studente universitario e nemmeno un timido giornalista ma un complessato demone infernale alto due metri che si lima le corna alla ricerca di un’improbabile integrazione.

Fedele all’atmosfera cupa e a tratti causticamente ironica del fumetto, del Toro riversa nel film tutte le sue personali ossessioni visive: ingranaggi complessi, meccanismi mortali, fluidi viscosi, orrende mutazioni corporali e creature di lovecraftiana memoria. Particolarmente surreale la squadra dei “cattivi”, della quale fa parte uno spietato guerriero nazista con il corpo ormai svuotato dal tempo, che si tiene in vita ricaricandosi il cuore come un carillon.

Chiarissimo nel suo messaggio antirazzista, “Hellboy” è per del Toro un notevole passo in avanti rispetto ai personaggi piatti e ai dialoghi improbabili di “Blade II”, il cui protagonista non mostrava di essere minimamente turbato dalla dimensione sospesa tra bene e male in cui si muoveva.
Hellboy e i suoi amici del “Dipartimento per la ricerca sul paranormale” – Liz, una giovane pirocinetica e Abe, un uomo pesce dalle virtù telepatiche – sono complessi, insicuri e contraddittori.
Estremamente umani, insomma, anche quando il loro aspetto non lo suggerirebbe.

Peccato per la sceneggiatura, che fila liscia per la prima ora ma poi si ingarbuglia in un finale improbabile – un dio infernale distrutto da una semplice cintura di granate – e a tratti un po’ patetico.

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