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L’amore virtuale di Spike Jonze al Roma Film Fest

Favorito alla vigilia per la vittoria finale del Concorso del Festival di Roma, “Her” di Spike Jonze mantiene le promesse e rappresenta il grande ritorno del regista statunitense dopo il mezzo flop di “Nel paese delle creature selvagge”.

Protagonisti uno strepitoso Joaquin Phoenix, un attore in grande ascesa che migliora film dopo film, e Scarlett Johansson presente però solo in voce; leggere il suo nome nei titoli di testa per lo spettatore italiano sarà un mistero quando il film arriverà doppiato nelle sale. Riuscito mix di futuro prossimo probabile più che possibile e indagine universale sui rapporti amorosi, “Her” affascina e coinvolge per più di un motivo.

L’ambientazione in una Los Angeles ultrapop dai colori pastello ben si presta a fare da sfondo alla vicenda, nella quale Theo, alle prese con un divorzio complesso e doloroso, decide di provare il nuovo sistema operativo OS, novità tecnologica che simula una personalità umana con la quale si può interagire, e decide di assegnargli una voce femminile.

Il film potrebbe essere visto come un aggiornamento del capolavoro “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” della coppia Gondry/Kaufman, perché ne condivide quasi in toto la struttura narrativa: un pretesto semifantascientifico che fa da cornice alla storia, che in realtà si muove su registri più “alti” e universali. Cosa ci rende umani? La nostra fisicità o la nostra mente? La capacità di provare emozioni o quella di acquisire conoscenze ed esperienza? Un tema anche abusato al cinema da “Blade Runner” in poi, ma comunque mai così attuale. Gli OS sono dei compagni immateriali con cui conversare e, anche, di cui innamorarsi, con loro si può vivere una storia d’amore platonico perfetta, anche perché nei momenti di difficoltà si può spingere il tasto OFF.

Jonze è bravissimo a presentarci tutti i lati del suo protagonista, da quelli più teneri a tutte le sue inadeguatezze e immaturità, mentre la Johansson realizza il sogno di ogni attrice: abbandonare il bellissimo corpo e immergersi in un ruolo di recitazione pura, che non è nemmeno doppiaggio. Scommessa vinta, per tutti.

OneLouder

Spike Jonze continua ad essere un regista che si trova a suo agio quando dirige storie dove la realtà è deformata da una chiave narrativa e d’ambientazione che sfiora l’irrealtà. Lo studio di design su abiti e ambienti è accurato, il futuro che vediamo nel film potrebbe iniziare tranquillamente dopodomani. Una scena rimarrà probabilmente per sempre nella memoria: un rapporto sessuale con un corpo e con un occhio virtuale, due entità che per una volta provano ad essere una. Ma non funzionerà.
Il lato concettuale funziona molto di più di quello narrativo, il film nella parte centrale gira un po’ a vuoto, ma l’ultima mezz’ora è davvero poetica e delicata. Persino troppo, per i miei gusti, ma questo di sicuro non guasta la visione.

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Contro

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