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Il Signore delle mosche ai tempi del reality

Destinato a essere il prossimo film cult per i cosiddetti young adults, “Hunger Games” nasce dalla penna di Suzanne Collins, autrice di una trilogia best-seller anche in Italia, e diventa film ora con la regia di Gary Ross.

La storia è semplice quanto terribilmente inquietante. In una non meglio precisata epoca post-apocalittica, Capitol City governa con un regime dittatoriale parte del mondo – gli attuali Canada e Stati Uniti – suddivisa in dodici distretti. Da quando questi ultimi hanno tentato di ribellarsi, la capitale ha indetto gli Hunger Games, una sorta di reality show in cui i partecipanti sono ventiquattro giovani – un ragazzo e una ragazza tra i dodici e i diciott’anni da ciascun distretto – che dovranno sfidarsi finché a sopravvivere sarà uno solo. Dal distretto dodici partecipa Katniss, la nostra protagonista…

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“Hunger Games” è un romanzo, e quindi un film, che interpreta alla perfezioni timori e meccanismi della società contemporanea. Dalla crisi sempre dietro l’angolo ad alimentare nuove apocalissi, fino al reality show spinto all’eccesso che cancella il valore della vita umana, ma diventa – ahimè – uno dei soli modi per mettersi a nudo. Senza contare l’analisi della crudeltà infantile, già al centro di un classico come “Il Signore delle Mosche”. Cinematograficamente parlando, siamo a una buonissima resa, spettacolare ma anche intimista, cruda ma senza bisogno di abbandonarsi allo splatter. Se tutte le trilogie fossero così, il mondo sarebbe un mondo migliore.

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