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Gioventù sfaticata

In un’amara e grottesca narrazione della vita di alcuni amici del Sud, viene mostrato uno spaccato della società paesana pugliese, raccontando le vicende di una gioventù pigra e annoiata.
Al suo esordio come regista, Lina Wertmüller presenta “I Basilischi” (meritandosi la Vela d’Argento al Festival di Locarno) con l’intenzione di raccontare la gioventù sfaticata: tutti ragazzi, in genere figli di persone agiate, che studiano all’Università con scarso impegno – bisogna dire – quasi a rinviare l’ingresso nel mondo del lavoro, confinati in un borgo rurale e nelle consuetudini.

Un ritratto, insomma, della vita provinciale, quasi documentaristico, in cui la Wertmüller dedica una speciale attenzione alle atmosfere (soporifere nella perfetta rappresentazione della controra) ed alle scene corali, piuttosto che all’evoluzione dei personaggi.

Unici momenti di novità, che portano alla rottura della monotonia, sono: la partenza di uno studentello per Roma, stimolata dall’arrivo dei parenti dalla capitale, cittadini fino all’osso, che discutono con i paesani di fascismo e comunismo, del desiderio di progresso sociale o della nostalgia del pugno duro; e la famosa scena davanti al portone di casa, in cui la romana “Cicci” detta gambe-lunghe lascia il marito, esasperata dalla vita di provincia, un episodio di autentico richiamo al cinema della capitale.

Un film curioso e ironico, meritevole di una certa attenzione e di un certo rispetto, anche per l’interpretazione degli attori, che, nonostante le intuibili caratteristiche linguistiche non proprio orecchiabili, riescono a imporsi sullo schermo.
Il risultato, tuttavia, è comunque l’evocazione di una Puglia rurale e feudale, depressa nelle sue ambizioni soffocate e nelle sue speranze deluse, una rappresentazione della provincia annoiata e impigrita, che trattiene e intrappola nella sua rete dolce-amara i giovani, che li costringe a convivere nel limbo della consuetudine.

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