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Parla del circo, ma non è il film più inevitabile

Fare un film “sul” circo è probabilmente meno interessante che fare un film in cui la realtà è deformata in maniera circense. In questo film Fellini si finge capo di una tropue televisiva che si torva a Parigi per fare un’inchiesta sul mondo del circo, e in particolare sul personaggio dell’augusto, che oggi sembra morto e dimenticato. A proposito dell’inchiesta, Fellini si pronuncia così: “nel fare l’inchiesta, c’è anche quel tanto di invasione poliziesca dell’intimità altrui, che mi ha sempre dato fastidio.” Per questo, “I Clowns” si presenta come parodia di un’inchiesta, con chiari risvolti satirici. Fellini rovescia in maniera del tutto smaliziata il problema dello specifico televisivo, riproponendo la rappresentazione soggettiva, emozionale, spudorata, di quell’ ambiente che lo folgorò ancora bambino, confondendo ricordi (veri?), improbabili interviste, allegre scampagnate della troupe nel tipico clima felliniano, manicomiale e vitellonesco, evocazione e reinvenzione di un mondo che porta avanti una tradizione fondata “sulla meraviglia, sulla fantasia, la beffa, il non senso…”. “”I Clowns” è ancora una volta un’opera autobiografica in senso viscerale; ancora una volta Fellini non va alla ricerca degli altri o dell’altro, ma solo di se stesso; e ancora una volta non lo fa per capirsi, ma per esibirsi” (Giovanni Raboni, “Cineforum”). Cosa aggiungere? È lontano il Fellini de “La Strada” e “Le Notti Di Cabiria”, quello che voleva ridere ma poi finiva per commuoversi. È sopraggiunto il disincanto; e la poesia, senza ingenue speranze, o dolori assoluti, diviene lirismo, cioè qualcosa di calcolato, come uno che costruisce un barcone scintillante ma non sembra ritenere che valga la pena curarsene.

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