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Tolta la droga, rimane il sesso e il rock’n’roll!

1967, UK. L’epoca d’oro delle radio pirata. Da una nave tutta arrugginita in mezzo al Mare del Nord trasmette Radio Rock, un manipolo, abbastanza numeroso in realtà, di deejay un po’ su di giri, che vivono solo per il rock’n’roll, tutti rigorosamente maschi, tranne una lesbica, per il principio che la presenza femminile genera sempre casini… Dalla terraferma milioni di persone, e non solo la beat generation, impazziscono per questa stramba famiglia in mezzo al mare unita sotto il segno del rock. Ma tutta quest’onda libertaria, anticonformista e pacifista non piace al governo, la cui preoccupazione primaria sembra quella di far fuori la celebre Radio Rock, con piani degni dei migliori servizi segreti in tempi di guerra fredda. Nella persona del primo ministro, Kenneth Branagh, la cui recitazione ricorda vagamente il signor Banks, il padre rompiscatole di “Mary Poppins”.

Film generazionale con sequenze da commedia musicale, battute che sono un omaggio all’intelligenza del non prendersi troppo sul serio, tono leggero e scanzonato, ma non banale, tra verosimiglianza e toni da cartoon, che talvolta sfiorano il romanzo d’avventura: si pensi alla sfida tra i due deejay più illustri dell’intera carovana, con Philip Seymour Hoffman che si butta dall’albero della nave al grido di “Tutti Frutti”, e alla presenza di un capitano che guida la sua ciurma a largo quando è ormai giunto il momento di salpare per sfuggire al governo e continuare a fare musica.

Non vi è alcun tipo di analisi o riflessione sul periodo trattato, o quanto meno sul clima che si respirava e di cui le radio pirata erano un esempio significativo: “I Love Radio Rock” è semplicemente una piacevole, esagerata, divertente e divertita ricostruzione di quello che potevano essere i rapporti tra i deejay di una radio pirata nel ’67.
E così la forza del film risiede proprio nel lavoro di squadra degli attori, capeggiati da Philip Seymour Hoffman nei panni di The Duke: il campionario dei personaggi (o megio dei “tipi”) va dall’ingenuo un po’ sfigato, leale e simpatico, al tipo carismatico e sofisticato, che fa impazzire le ragazze, sfacciato, vanesio e un po’ vigliacco, a quello completamente svitato. Le canzoni del periodo, con l’iconografia di accompagnamento di ragazze urlanti che corrono all’avvistamento dei proprio idoli musicali, e ballano attorno alla radio, fanno il resto, catturando un pubblico molto eterogeneo per età, ma soprattutto, ci scommettiamo, i giovani.

OneLouder

Alla fine si resta con quella sensazione appiccicaticcia di euforia, quel “dolce sprofondar in questa superficialità”, un po’ come le canzoni di Madonna. Da segnalare il monologo finale di Philip Seymour Hoffman, una riflessione molto “rock” sul potere, e un messaggio pacifista.

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Contro

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