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L’opera al nero

Dopo “Sogni E Delitti” di W. Allen e “Onora Il Padre E La Madre” di S. Lumet, tornano nuovamente le dinamiche tra fratelli al centro dello schermo con questo “I Padroni Della Notte” di James Gray, che riprende un discorso fattosi fitto, a Hollywood, a partire da “The Departed” di Scorsese fino ad arrivare al convincente “American Gangster” di Ridley Scott, uscito di recente: quello del poliziesco. Trama tutto sommato classica: Robert e Joseph, entrambi figli dell’irreprensibile padre poliziotto (Robert Duvall nel film), sono divisi da destino e indole. Joseph è un brillante capitano senza macchia, incastonato in una vita familiare (pare di intuire) non certo elettrizzante, regolare e prevedibile, Robert dirige una discoteca di successo al centro di Queens, tra party e coca come se nevicasse. Incrocio pericoloso: siamo nel 1988, in pieno boom tossico, e proprietario del locale è un attempato patriarca russo, dedito al commercio di pellicce, e della sua famiglia fa parte il più pericoloso narcotrafficante all’opera nella Grande Mela. Presto, inevitabilmente, Robert si trova al centro di un conflitto cui non può sottrarsi: la sua famiglia da una parte, le sue pericolose frequentazioni dall’altra. Dovrà scegliere, a caro prezzo, da quale parte stare. E va detto che, sul bel volto del sempre più efficace Joaquin Phoenix, uno che pare avere l’anima pesta e naturalmente tormentata, queste scelte, i rivolgimenti e i dubbi, emergono emozionanti. Per il resto, Gray mette su un cast di ‘tipi’, piazzando, oltre ai citati Phoenix e Duvall, Mark Wahlberg a fare il piedipiatti (e, piacevole sorpresa, insospettabili fragilità appaiono lentamente nella sua fisionomia di classico duro) e la magnifica Eva Mendes nei panni della femme fatale. Ciò che ne risulta è una pellicola tesa, d’innesco un po’ lento, forse a causa di uno scarso lavoro di contestualizzazione estetica (gli anni ’80 traspaiono con efficacia solo dalle musiche), ma capace con il progredire degli eventi, in virtù di un paio di sequenze realmente mozzafiato (un inseguimento in macchina tanto asciutto e conciso quanto coinvolgente e originale), crude e sintetiche, di assorbire lo spettatore in bave notturne e tangibile dissidio interiore, generando palpabile asfissia emotiva quando i punti di svolta morale si presentano al cospetto dei protagonisti. Peccato soltanto non sia stato mantenuto, anche in Italia, il titolo originale (ma stavolta la traduzione è corretta, in barba all’imperante malcostume dei titolisti italici), strepitosamente iconico: “We Own The Night”, senza dubbio molto più espressivo e cool. Ma il film, nel suo genere, rimane una piacevole scoperta di questo cupo (cinematograficamente) 2008.

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