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Il ritorno della grande avventura

Chissà cosa sarebbe capitato se le cose fossero andate come era nei piani di Lucas e Spielberg. Se nel ruolo dell’archeologo più famoso del mondo ci fosse stato realmente Tom Selleck. Sì perché se lo ricordano forse in pochi, ma proprio la star del serial “Magnum P.I.”, nome caldo di inizio ’80, avrebbe dovuto inforcare cappello e giubbotto e dare corpo a una delle icone del cinema d’avventura contemporaneo.
La storia – fortunatamente, diciamo noi, e non ce ne voglia il bel Tom – andò diversamente e la scelta ricadde su un ex falegname che Lucas conosceva piuttosto bene, quell’Harrison Ford pronto a un decennio stellare fatto di film indimenticabili sotto la direzione delle più grandi firme dello stardom cinematograficoE alla frusta, alle scenografie grandiose, esotiche e intriganti, alla sceneggiatura fulminante e magnetica si aggiunsero così un volto e un sorriso tanto beffardi e ironici quanto puliti e accattivanti, amabilmente scaltri.

La storia, in pieno recupero dei grandi film (ma soprattutto dei romanzi) d’avventura cui Spielberg si ispira, è un concentrato di azione ed esplorazione à la Dottor Livingstone con un fondo di didascalismo storico-morale (elemento caro s Spielberg): il Dottor Jones, archeologo sui generis, decisamente spericolato e intraprendente, si mette sulle tracce dell’Arca dell’Alleanza, seguendo gli indizi disseminati tra testi e reperti archeologici, spalleggiato dalla sua ex fiamma Marion Ravenwood. Sulla sua strada, però, si parano le truppe Naziste, decise a conquistare con l’aiuto del cinico archeologo francese Belloq la leggendaria reliquia, per farne un potente strumento di potere.

Il soggetto, va da sé, spiana il campo a uno sviluppo pressoché libero sul piano della messa in scena, con la sceneggiatura magnificamente in equilibrio tra inseguimenti, scontri, fasi di pura e semplice meraviglia, fascino palpitante che si fonda ampiamente sull’esotismo che pare ricondurre agli albori del National Geographic, oltre che su un impianto scenografico vivace ed incisivo – reso mitico dalla fotografia calda e a tratti fumettistica di Douglas Slocombe.
È proprio l’attenzione ai particolari, d’altronde, a rendere “I Predatori” un film necessariamente vincente: il copione sorprende e stupisce, restaura il fanciullesco mentendosi sempre ben saldo sui binari dell’ironia, utile a disinnescare, contrappuntandolo, ogni possibile eccesso eroico, e su questa solida base si installano elementi di contorno che proiettano il film nella cerchia degli indimenticabili. Anzi: del cult. Particolari come il main theme, di John Williams, tra i quattro o cinque più riconoscibili della storia del cinema, il divagare fanta-horror, il gusto citazionistico e il divertito gioco filologico (si veda per esempio la caratterizzazione dei veicoli tedeschi, in primis il caccia monoala della Luftwaffe), tutto mirabilmente orchestrato da uno Steven Spielberg al massimo della forma, capace di donare magica efficacia ad ogni istante in virtù di una padronanza pressoché ineccepibile dei contrasti.

Su tutto poi, si erge la caratterizzazione dei personaggi (costumi, cast, dialoghi), di Indiana in particolar modo, protagonista d’aspetto e portamento divenuti proverbiali.
Un eroe d’altri tempi capace di uscire dalla dimensione cinematografica e diventare icona popolare scavalcando i margini dei suoi stessi film – tanto che “I Predatori” verrà poi conosciuto come “Indiana Jones E I Predatori Dell’Arca Perduta” – e attraversando pressoché indenne più di un salto generazionale.
Un percorso che solo pochissimi, nel cinema ma non solo, hanno saputo compiere.

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