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Un common man braccato

La grandezza de “I Tre Giorni Del Condor” sta nell’intreccio di elementi hitchockiani e temi d’autore, nel perfetto bilanciamento tra gioco edonistico e riflessione dolente. Condor è un common man incappato in una tela mortale suo malgrado, circondato da un nugolo di solitudine – l’elemento innovatore, stemma della mutata stagione sociale dell’America, appena sfiorato da una storia d’amore impossibile, che è soprattutto il momento in cui due solitudini si sfiorano. Il racconto di Pollack scandisce questi temi con un ritmo che alterna tensione e riflessione, tradizione e innovazione. La sequenza iniziale, col suo montaggio allusivo ma mai troppo invadente, metabolizza al meglio la lezione classica (e hitchcockiana) trasferendola però in tutt’altro (paranoico) contesto, capace di riflettere i suoi temi d’autore dentro le maglie stesse del genere.
Pollack fa del suo sodale Redford il perno della vicenda e il protagonista assoluto. Redford però non è Connery. È un agente della CIA che legge libri e fatica a comprendere lo schema. Il soggettivismo sfrenato che faceva l’ammiccante edonismo e il protagonismo vincente di Bond qui è ribaltato. L’unicità è sintomo di malessere, nonché di pericolo: è la visibilità da sfuggire, la psicosi del bersaglio. Condor/Redford è una pedina inconsapevole in un imbroglio oscuro e manipolatorio, che peraltro con i suoi riferimenti alla questione petrolifera, anticipa uno scenario poi rivelatosi terribilmente realistico. Il dramma nasce dalla sua presa di coscienza e al processo di formazione in negativo che ne consegue, teso a simboleggiare la perdita dell’innocenza dell’America di fronte alle macchinazioni dello Stato, non più garante di benessere ma indifferente sperimentatore sulle vite dei cittadini. Nessuno è salvo, tutti sono controllati. Il moloch che vive dietro le maglie della politica è un mostro da cui guardarsi. Tutto questo concorre a imbottire il film di quell’atmosfera di sconfitta (esistenziale, sociale, storica) nella più pura tradizione indie delle due decadi d’oro della New Hollywood.

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Il film delinea bene l’atmosfera di sospetto e di sfiducia nelle istituzioni tipica di quegli anni, ma la sua vera forza sta nel protagonista, in un Redford braccato che deve aprire gli occhi – e noi con lui – su un’America impura e bastarda. Le strade di New York attraversate di corsa, sotto l’incalzo della pressione e del rischio della morte violenta diventano il teatro dell’empatia tra lo spettatore e Condor, in un viaggio allucinante, eppure realistico, nelle camere oscure del Potere.

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