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Il mal di provincia

Cinque amici riminesi, burloni e perditempo, irresponsabili e velleitari figli di mammà. Imprigionati nella vita di provincia, dove la noia è tanta, soprattutto in inverno, quando le saracinesche dei negozi si abbassano e non c’è più nessuno per la strada, soltanto il fischio di un vento gelido a tener compagnia. Il film comincia con la rappresentazione, dal tono caricaturale e sarcastico, dei piccoli squallori in un concorso di bellezza, interrotto da un violento temporale, che li porti via tutti. La vincitrice è la giovane Sandrina, che scopre di aspettare un figlio da uno dei nostri eroi, Fausto (Franco Fabrizi, doppiato da Nino Manfredi), il quale pensa bene di squagliarsela, ma dopo aver ricevuto una solenne scudisciata dal padre, vecchio contadino, si assume di malavoglia le sue responsabilità: sposa la ragazza, ma fa il mantenuto in casa sua, almeno fino a quando non si ritrova con un camice da lavoro in una bottega…insomma, s’imborghesisce, ma conserva la verve di impenitente sciupafemmine. La storia degli sposini, da repertorio per signore facili alla lacrima, si rifà, per il taglio sociale e le note patetiche, alla poetica neorealista nella sua sfumatura “rosa”, ma è trattata senza retorica, presentando i personaggi per quello che sono, ognuno con le sue “miserie morali”. Con la figura di Alberto (Alberto Sordi), Fellini parte per la tangente, e la realtà diventa un carnevale, un girotondo allegro e disperato, che si muove incurante del baratro in cui finirà non appena i coriandoli saranno terminati e ognuno rimarrà da solo con la sua maschera, quella vera.

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