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Fotoromanzi adolescenziali

Diciamolo subito, “Iago” sta all’Otello di Shakespeare come il ketchup sta al ragù bolognese. Diciamo anche, a difesa di Volfango De Biasi, che il suo atteggiamento non è ipocrita: l’intenzione di tradire il testo adattandolo a contesti e temi a noi contemporanei è manifesta nel film e confermata dall’autore stesso in sede di intervista. Possiamo dire infine, con un velo di ironia, che il legame più forte tra questo tradimento di De Biasi e il testo shakespiriano è Gabriele Lavia nella parte di Barbanzio.

“Iago” non ha tuttavia le qualità per scomodare qualsivoglia paragone con l’opera originale, né con altri testi letterari o filmici, tra cui “Romeo + Juliet” di Baz Luhrmann. Il film di De Biasi appartiene, molto semplicemente, ad un livello inferiore.

In una Venezia dei giorni nostri, Iago (Nicolas Vaporidis) studia architettura insieme allo sciupafemmine Cassio (Fabio Ghidoni), al transessuale Roderigo (Lorenzo Gleijeses), all’amica Emilia (Giulia Steigerwalt) e alla bella Desdemona (Laura Chiatti), di cui è innamorato. Iago è un poveraccio che vive con la zia dopo essere stato abbandonato dal padre che lo voleva muratore. Per studiare si fa prestare i libri, ma è pieno di ambizione e di talento e vuole raggiungere la vetta nel lavoro e nell’amore, conquistando la Biennale di Architettura e il cuore di Desdemona. A complicare le cose arriverà Otello Moreau (Aurelien Gaya), cui Barbanzio (Gabriele Lavia), preside della facoltà di architettura nonché padre di Desdemona, per ragioni di interesse personale assegnerà proprio il progetto per la Biennale. Questo sopruso e la tresca tra Desdemona e Otello scateneranno la sete di vendetta di Iago.

Sbiadito, dimenticabile, “Iago” si regge su di una sceneggiatura debole i cui muri portanti sono interamente debitori dell’illustre referente. In un’operazione che prevede l’uscita parallela di un libro omonimo, tutto è ad uso e consumo del più generico modello di adolescente consumatore italiano, dalla regia, affidata al De Biasi di “Come Tu Mi Vuoi”, successone del 2007, al gruppo di attori che, sebbene non regali prestazioni memorabili, garantisce un sicuro appeal col pubblico di riferimento.
Tutti avrebbero potuto dare di più, anche solo un poco, per sollevare questa pellicola al di sopra di una mediocrità che almeno De Biasi e la Chiatti avevano dimostrato di non meritare.

Nel complesso un filmettino per ragazzini da abbinare al McDonald del sabato pomeriggio; magari utile per chi cerchi un sottofondo ad una pomiciata in ultima fila (alcune scene potrebbero stuzzicare un’acerba prurigine). Inaccettabile per tuti gli altri.

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